Turista stuprata, il drammatico racconto: «Mi sentivo come un animale in gabbia»
La difesa del branco: «Era consenziente»

di Manuela Galletta

«Chiedo solo giustizia», perché «nessun essere umano merita di subire quello che è successo a me (…) Mi hanno fatto sentire come un animale trascinata in gabbia». Jessika (il nome è di fantasia) affida ad una mail inviata al proconsole dell’Ambasciata britannica a Roma la sua preghiera di dolore.
E’ passata una notte appena dal terribile stupro di cui è stata vittima in un noto albergo di Meta di Sorrento. E lei, dopo essersi fatta visitare e medicare in ospedale nel Kent (appena rientrata a casa), racconta il suo incubo, il suo strazio. C’è tutto il dolore di una donna violata, umiliata nelle parole affidate all’infermiera che le siede di fronte. Tutto il dolore di una donna che ha dovuto sottostare alle richieste sessuali di ogni genere di un gruppo di ragazzi senza riuscire a opporre resistenza perché i suoi carnefici, in modo vigliacco, l’avevano prima drogata per annietarla. Nel fisico prima, nell’animo poi. Jessika racconta tutto, perché ricorda. Ricorda di essersi stordita dopo aver bevuto il drink offerto a lei e a sua figlia dai due barman al bancone dell’hotel. Ricorda di essersi ritrovata nella zona della piscina, e ricorda quei due ragazzi che le avevano servito il cocktail. Erano nudi. Ricorda la violenza. La prima violenza. Ché l’orrore è proseguito nell’alloggio del personale, dove i barman l’hanno consegna al ‘re’. The King, c’era scritto così sul tatuaggio a forma di corona che il terzo carnefice tiene impresso sulla pelle. Sul collo. Un particolare che Jessika è riuscita a focalizzare e che oggi è agli atti dell’ordinanza di custodia cautelare che lunedì mattina ha portato in carcere cinque (ex) dipendenti dell’albergo (residenti a Torre del Greco, Portici, Vico Equense e Massa Lubrense), tutti ragazzi tra i 20 e i 30 anni, e qualcuno di loro persino sposato o fidanzato. «C’erano altri uomini in quella stanza, seminudi», racconta Jessika. Quattro, forse cinque. O forse di più. Ma era troppo stordita per ricordarlo. Ma ricorda le lacrime, le grida di pietà, i tentativi di respingerli, finanche la supplica rivolta a quello che le sorrideva e la accarezzava di poter avere rapporti solo con lui. «Only you, only you», diceva lei in lacrime in quella stanza dell’orrore.
«Avevo capito cosa mi sarebbe successo… speravo…», indugia lei nel racconto. Sperava che, offrendosi ad un solo di loro, si sarebbe salvata da un’aggressione brutale. Invece quel branco, che all’esterno ha una vita normale, non ha avuto pietà. «Mi sono sentita come un animale in gabbia… (…) Ho cercato di respingerli, ho detto loro di fermarsi… provavo a serrare le gambe… », dice. I particolari dei rapporti sessuali cui Jessika è stata costretta fanno venire le lacrime. «In quel momento mi sembrava che non stesse accadendo a me, ma come se stessi vivendo un sogno», aggiunge. E invece è accaduto per davvero. Lo provano le tracce di droga (la droga dello stupro, per l’esattezza) trovate nel suo corpo. Lo provano delle foto, non nitidissime, dalle quali tuttavia si intravede «una donna seminuda trattenuta da braccia maschili». Lo provano le conversazioni in chat che alcuni degli arrestati si sono scambiati commentando la notte dell’orrore: «Mi sono fatto una milf canadese», scrive uno. «Ci siamo fatti una nonnina», dice un altro. Qualcuno ironizza ancora sulle fattezza fisiche della donna. Come se si stesse parlando di una bambola. Commenti senza rimorsi. Ma c’è di più: che la donna abbia avuto rapporti sessuali con i cinque arrestati lo dicono i diretti interessati. E non in una chat, ma alla polizia. Sì, perché quando gli agenti del commissariato di Sorrento arrivano in albergo poche ore dopo la denuncia sporta dalla turista, il ‘branco’ non ci prova neppure a negare. Vedono gli agenti frugare ovunque, sequestrare lenzuola, asciugamenti e qualsiasi cosa si trovi nella stanza. E allora capiscono che il Dna li smaschererà. Così forniscono la sola versione possibile. Tutti insieme, tutti d’accordo. «Sì, abbiamo avuto rapporti con lei ma era consenziente», affermano. E’ la logica del branco. Coprirsi a vicenda.  Ma difficilmente basterà trovarsi d’accordo con la versione da rendere su quella notte per cancellare il referto dell’ospedale. Un referto che parla di ecchimosi nelle zone intime della donna plurime, compatibili con una violenza. Un referto che parla della presenza di un particolare tipo di droga nel sangue della 50enne. E poi c’è quella mail. Una preghiera di dolore. «Chiedo solo giustizia», perché «nessun essere umano merita di subire quello che è successo a me (…) Mi hanno fatto sentire come un animale trascinata in gabbia».

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mercoledì, 16 maggio 2018 - 13:25
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