Emiliano, il magistrato diventato politico
Il caso finisce alla Corte Costituzionale: il Csm aveva aperto un procedimento

Michele Emiliano, il governatore della Regione Puglia

Bonafede promette di chiudere ‘le porte girevoli’ che consentono ai magistrati lanciatisi in politica di tornare indietro. Le ‘correnti’ della magistratura reagiscono all’annuncio in modo diverso, chi plaudendo all’iniziativa del ministro e chi suggerendo soluzioni alternative purché non si tocchi l’articolo 51 della Costituzione.
Ma nell’attesa che venga messa mano alla questione dei ‘magistrati in politica’, ogni presunta ‘violazione’ della regolamentazione vigente è affidata alla Corte Costituzionale. Ne sa qualcosa Michele Emiliano, governatore della Puglia, che domani vedrà vagliata dalla Consulta la questione di legittimità, sollevata dal Csm, sulle sanzioni disciplinari, previste dalla legge sull’ordinamento giudiziario del 2006, per le toghe che, anche se durante un periodo di collocamento fuori ruolo, svolgano attività all’interno di un partito. Nel 2017 Emiliano si presentò anche alle primarie per l’incarico di segretario del Pd. Una lunga carriera, quella in politica, che Emiliano, magistrato fuori ruolo, porta avanti da anni, non solo con incarichi elettivi (in passato è stato anche sindaco di Bari) ma anche all’interno del partito. Per queste ragioni, la procura generale della Cassazione (titolare, assieme al ministro della Giustizia, dell’azione disciplinare per le toghe) ha formulato nei suoi confronti incolpazioni davanti alla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura: la legge, infatti, prevede tra gli illeciti disciplinari «l’iscrizione o la partecipazione sistematica e continuativa a partiti politici anche per i magistrati fuori del ruolo organico della magistratura che siano stati collocati in aspettativa per motivi elettorali». Lo scorso luglio, dunque, il ‘tribunale delle toghe’ di Palazzo dei Marescialli decise di sospendere il procedimento nei confronti di Emiliano e di trasmettere gli atti alla Consulta: nell’ordinanza di rimessione, si osserva che «la norma censurata» sarebbe “illegittima” per contrasto con diversi articoli (2, 3, 18, 49 e 98) della Costituzione, poiché determinerebbe «una irragionevole restrizione della libertà di associazione e di partecipazione al sistema democratico per i magistrati collocati fuori dal ruolo organico, e che quindi non esercitano funzioni giudiziarie, per espletare mandati elettivi, quale quello di sindaco o di presidente della Regione, che presuppongono la necessita’ (o la possibilità) di un confronto in sede politica e partitica con una maggioranza politica, organizzata in partiti».

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lunedì, 2 luglio 2018 - 17:19
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