Da Salvini a Grillo, da Di Battista senior a Sibilia: Bonafade li ‘spedisce’ a processo per il reato di vilipendio

di Manuela Galletta

Matteo Salvini finirà a processo. Per vilipendio. Perché, sostiene la procura della Repubblica di Torino, ha offeso l’organo giudiziario per aver usato l’espressione “magistratura schifezza” il 14 febbraio 2016, quando era europarlamentare, durante un intervento al congresso del Carroccio che si teneva a Collegno, alle porte di Torino. A spedirlo sul banco degli imputati è stato il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che ieri sera – come da lui stesso annunciato in un’immancabile nota su Facebook – ha firmato ben 9 autorizzazioni a procedere inviate da diverse procure nei confronti di altrettanti esponenti politici per lo stesso titolo di reato. Gli indagati in questione sono quasi tutti grillini e molti di questi sono personaggi assai in vista nel Movimento. E’ lo stesso Bonafede a ‘rivelarne’ i nomi, compiendo volutamente e strategicamente un’operazione trasparenza tesa a dimostrare che per i pentastellati «nessuno deve godere di privilegi». «Per evitare ogni forma di strumentalizzazione o illazione, vi comunico che fra le persone per cui ho firmato, per presunte offese al capo dello Stato, ci sono: il ‘padre fondatore’ e garante del MoVimento, Beppe Grillo, il mio collega e amico, Carlo Sibilia, il padre del mio amico fraterno Alessandro Di Battista e il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, accusato di vilipendio delle istituzioni costituzionali», scrive Bonafede. Che non perde occasione per tracciare il solco col suo predecessore Andrea Orlando e col Pd: molte delle richieste sulle quali il Guardasigilli s’è pronunciato giacevano in via Arenula da prima dell’insediamento del nuovo Governo. «Mi chiedo come mai fossero state lasciate lì a prendere polvere – sottolinea in modo polemico Bonafede – oppure, come ho potuto constatare, lasciate a dormire in segreteria dopo che era stato negato il consenso. Il cambiamento passa anche da qui». E aggiunge: «Erano fascicoli che stavano lì da tanto, alcuni erano sulla scrivania del ministro dal 2014. La legge infatti – prevede che il ministro della Giustizia dia la sua autorizzazione per questo tipo di reati. Ritengo che, poiché tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, nessuno deve godere di privilegi. La coerenza è un valore che va coltivato prima di tutto nelle istituzioni». Emblematico il caso di Salvini: la procura di Torino inviò ben due solleciti al passato ministro della Giustizia. Per accertare le responsabilità di Salvini erano state analizzate le immagini girate dalle telecamere al congresso, che mostrano il politico in critiche pesanti alla magistratura dopo il rinvio a giudizio di Edoardo Roxi, all’epoca vicesegretario nazionale della Lega, nell’inchiesta sulla presunta Rimborsopoli ligure. «Se so che qualcuno, nella Lega, sbaglia – aveva detto Salvini – sono il primo a prenderlo a calci nel culo e a sbatterlo fuori. Ma Rixi è un fratello e lo difenderò fino all’ultimo da quella schifezza che è la magistratura italiana».
Il padre di Alessandro Di Battista, Vittorio, è invece accusato di vilipendio a causa di un post pubblicato su Facebook nel mese di maggio: il genitore del pentastellato se l’era presa con la massima carica dello Stato, Sergio Mattarella, colpevole – a suo dire di osteggiare in tutto e per tutto la formazione del governo Lega Nord-Movimento 5 Stelle, etichettando più volte Mattarella come “poveretto” e “Mister Allegria”, e invitandolo a fare la cosa più giusta per evitare problemi e seccature. Inoltre, nel post incriminato aveva addirittura evocato la presa della Bastiglia ai danni del Quirinale: «Quando il popolo di Parigi assaltò e distrusse quel gran palazzine simbolo della perfidia del potere, rimasero gli enormi cumuli di macerie che arricchirono un metro di provincia. Il Quirinale è più di una Bastiglia, ha quadri, arazzi, tappeti e statue». Il suo messaggio era poi stato rimosso da Facebook, ma la procura di Roma si era già mossa a tutela del Quirinale.
Carlo Sibilia, invece, è finito nei guai in seguito ad una denuncia sporta dal consigliere comunale di Dolo e componente del direttivo dell’associazione ‘Difesa civica’, Vincenzo D’Agostino, per vilipendio a Giorgio Napolitano, che all’epoca dell’episodio era presidente della Repubblica. I fatti contestati a Sibilia risalgono infatti al 2014. D’Agostino spiegò che «il 9 ottobre (di quell’anno, ndr) il deputato Sibilia ha twittato, dopo la solidarietà espressa a Riina e Bagarella da Sabina Guzzanti in quanto esclusi dalla partecipazione in video conferenza alla testimonianza del Capo dello Stato sulla presunta trattativa tra Stato e mafia, le seguenti espressioni “Perché secondo voi impediscono agli scagnozzi Riina e Bagarella di vedere il boss?”. Il termine è riferito al Presidente della Repubblica ed esprime non una critica ma un disprezzo». Tra le autorizzazioni a procedere firmate da Bonafede c’è poi quella a carico di Beppe Grillo, che nel 2014 attaccò duramente l’allora presidente della Repubblica Napolitano: «Non dovrebbe dimettersi ma costituirsi: è responsabile di aver firmato qualsiasi cosa». Proprio sulla questione di vilipendio, nell’anno precedente, Beppe Grillo era intervenuto a gamba tesa chiedendone a gran voce la sua abolizione: Grillo si scatenò in seguito all’apertura di un’inchiesta da parte della procura di Nocera Inferiore a carico di 22 persone per insulti scritti da questi ultimi verso Giorgio Napolitano sul blog di Grillo. La faccenda risale al maggio del 2012, quando il leader del Movimento 5 Stelle pubblicò un post sul Capo dello Stato. I lettori del blog si sbizzarrirono in commenti offensivi, facendo partire l’inchiesta da parte della Procura. Dopo alcuni mesi di indagini, con riscontri anche attraverso server internazionali, la Polizia Postale ha trasmesso alla Procura un elenco di 22 autori dei commenti.
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mercoledì, 10 ottobre 2018 - 12:54
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