Strage del bus ad Avellino, l’affondo del procuratore contro Società Autostrade: «Dieci anni per manager ed ex dirigenti»

La strage per via del bus precipitato a Monteforte Irpino nel 2013 (foto Kontrolab)

Il procuratore Rosario Cantelmo scende in campo in prima persona. E’ lui, la massima carica dei pm di Avellino, a pronunciare le pesantissime richieste di condanna sulla strage provocata dal bus precipitato giù dal viadotto di Acqualonga dell’Autostrada A 16 all’alterezza di Monterforte Irpino. Una scelta dall’alta valore simbolico, quello del procuratore. Fatta eccezione per casi assai rari, la requisitoria è affidata a un pubblico ministero. Ma la morte di 40 persone in quel terribile 28 luglio 2013 non è un caso ‘ordinario’. Non lo è mai stato per via del numero di vittime e di famiglie spezzate. E non lo è perché sotto accusa ci sono dirigenti ed ex dirigenti di società Autostrade, quella stessa società che dal 14 agosto è abbracciata da sospetti, veleni e accuse per via del crollo del Ponte Morandi a Genova che ha inghiottito la vita di 43 persone. Sospetti, veleni e accuse che oggi, all’esito delle pesantissime richieste di pena calate sul tavolo dal procuratore Rosario Cantelmo, si gonfiano di lacrime e rabbia. Le lacrime e la rabbia dei parenti di chi, quel 28 luglio 2013 era di ritorno da un pellegrinaggio a Pietrelcina e ha perso la vita nel burrone in cui il bus è precipitato. Dieci anni di reclusione con l’accusa di omicidio colposo plurimo per l’amministratore delegato di Aspi Giovanni Castellucci e altri undici fra dirigenti ed ex dirigenti della società, fra i quali l’attuale condirettore operation Paolo Berti e Riccardo Mollo, ex direttore generale: è questa la conclusione del procuratore Rosario Cantelmo.

L’affondo a dirigenti ed ex dirigenti di Autostrade:
10 anni di carcere a testa

Dieci anni di reclusione perché ciascuno di questo gruppo di imputati, a seconda del proprio ruolo, non ha avuto ‘cura’ del tratto autostradale dove il bus è precipitato. Le perizie depositate durante il processo – la cui attendibilità è stata contestata dai legali della società – hanno evidenziato la scarsa manutenzione delle barriere e dei “tirafondi” (i bulloni che bloccano i “New Jersey” alla sede stradale, ndr) che se non fossero risultati usurati avrebbero «derubricato al rango di grave incidente stradale» quello che ha invece causato la morte di 40 persone. Tradotto: se le barriere avessero avuto un altro tipo di standard di contenimento, il bus non le avrebbe sfondate precipitando nel vuoto.

Il bus non autorizzato a circolare, richieste di condanna
anche per 2 dipendenti della Motizzazione

Ma il cedimento, evitabile per la procura, delle barriere è solo una concausa della strage. Dietro la tragedia, a parere dei magistrati, si cela anche una colpa grave, gravissima, della ditta proprietaria del bus e di alcuni dipendenti della Motorizzazione civile. Quel bus, immatricolato nel 1985 e con ben 800mila chilometri percorsi, non era in condizioni di circolare. Ma una revisione non regolare aveva consentito alla ditta proprietaria di continuare ad utilizzare il mezzo. Da qui la richiesta di condanna a 12 anni di reclusione per Gennaro Lametta, il titolare della “Mondo Travel” e proprietario del bus, che nell’incidente ha perso il fratello Ciro che era alla guida del mezzo; 9 anni per Antonietta Ceriola, dipendente della Motorizzazione Civile di Napoli e 6 anni per Vittorio Saulino, anch’egli dipendente della Motorizzazione. Secondo la Procura, Lametta, accusato di concorso in omicidio, lesioni e disastro colposo, è’ responsabile non soltanto delle pessime condizioni del bus ma in primo luogo per non aver sottoposto l’automezzo a revisione: se questo fosse avvenuto, ha sostenuto la pubblica accusa, l’automezzo non avrebbe ottenuto l’autorizzazione a circolare. I due funzionari della Motorizzazione Civile sono invece accusati di non aver assolto alle loro funzioni di controllo che avrebbero impedito la circolazione del bus.

(Manuela Galletta)

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mercoledì, 10 ottobre 2018 - 16:52
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