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mercoledì, 23 gennaio 2019

Soldi per sentenze favorevoli: sequestrati beni per un milione mezzo di euro al giudice di pace Iannello | Video

di Gennaro Di Finizio

In cinque anni le sue disponibilità economiche sono aumentate. Anzi, lievitate. Tanto che lui, Antonio Iannello, giudice di pace a Torre Annunziata sino a quando il 27 settembre scorso non è stato trattato arresto, ha reinvestito l’improvvisa fortuna nell’acquisto di auto di immobili poi intestati a familiari.

Una fortuna, sostengono oggi la magistratura inquirente e la Guardia di Finanza, frutto di un giro di sentenze comprate. Frutto di mazzette che Iannello intascava mentre era seduto dietro la scrivania del suo ufficio: emblematiche le immagini del video diffuso dalla Finanza (e che vi mostriamo) mentre l’uomo conta una mazzetta che gli è stata appena consegnata.

E’ per questa ragione che stamattina, in esecuzione di un provvedimento di sequestro preventivo d’urgenza, gli uomini del Gruppo della Guardia di Finanza di Torre Annunziata hanno messo i sigilli ad alcuni dei beni nella disponibilità diretta o indiretta di Iannello: un milione e mezzo di euro è il valore complessivo del patrimonio requisito. Sotto chiave sono finiti due immobili ubicati a Scafati, in provincia di Salerno, e beni mobili. Tutti beni che, secondo gli inquirenti, Iannello non avrebbe potuto permettersi: la magistratura e la Finanza sono giunti a questa conclusione dopo aver confrontato i redditi dichiarati da Iannello e gli investimenti da lui fatti. E’ evidente, si legge nel provvedimento di sequestro, «una sproporzione» tra le due voci.

E’ l’ultimo atto, per il momento, di un’inchiesta che ha travolto, oltre a Iannello, altre 22 persone, tra le quali giudici di pace, avvocati, consulenti tecnici. L’accusa contestata per tutti è quella di corruzione in atti giudiziari. Secondo la procura della Repubblica di Nocera Inferiore, l’alterazione delle sentenze riguarda per lo più pratiche e contenziosi relativi a sinistri stradali.

Trentasette, in particolare, sono stati gli episodi ricostruiti e dunque contestati. Semplice il modus operandi sul quale è stata fatta piena luce: il giudice di pace e l’avvocato di parte condividevano la scelta di un perito “compiacente” al quale affidare la consulenza oltremodo favorevole. Una volta selezionato il perito, quest’ultimo – da un lato – provvedeva ad elargire la prima parte della “mazzetta” al giudice di pace in segno di “riconoscenza” per la nomina ricevuta. Successivamente, il medesimo consulente beneficiava di un indebito e “generoso” compenso da parte dell’avvocato per l’ottenimento di una perizia particolarmente favorevole. In un’ultima fase, la dinamica corruttiva si perfezionava attraverso la redazione “congiunta” della sentenza, concordata dall’avvocato di parte e dal giudice di pace, con quest’ultimo che riscuoteva dal professionista la seconda parte della “tangente”, il cui importo variava in ragione del risarcimento indebitamente sentenziato, anche grazie alla consulenza “pilotata”.

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venerdì, 21 dicembre 2018 - 13:51
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