Avellino, strage del bus: giudice in camera di consiglio, attesa per la sentenza

La strage per via del bus precipitato a Monteforte Irpino nel 2013 (foto Kontrolab)

E’ attesa per fine mattinata la sentenza del giudice monocratico del tribunale di Avellino, Luigi Buono, nel processo per il bus precipitato dal viadotto Acqualonga, sull’autostrada A16 Napoli-Canosa, il 28 luglio 2013. Nell’incidente morirono 40 persone. Tutte provenienti dalla provincia di Napoli. Perse la vita anche l’autista del bus. L’udienza prevista per stamane si è aperta ed è stata subito sospesa per l’inizio della camera di consiglio. Per quella strage sono 15 gli imputati accusati a vario titolo di omicidio colposo plurimo, disastro colposo, lesioni e falso in atto d’ufficio.

Per quella strage il procuratore Rosario Cantelmo ha chiesto la condanna a 10 anni di reclusione, per l’accusa di omicidio colposo plurimo, dell’amministratore delegato di Aspi Giovanni Castellucci e altri undici fra dirigenti ed ex dirigenti della società, fra i quali l’attuale condirettore operation Paolo Berti e Riccardo Mollo, ex direttore generale.
La procura sostiene che gli imputati non hanno avuto cura del trattato autostradale dove il bus è precipitato dopo aver rotto le barriere. Le perizie depositate durante il processo – la cui attendibilità è stata contestata dai legali della società – hanno evidenziato la scarsa manutenzione delle barriere e dei “tirafondi” (i bulloni che bloccano i “New Jersey” alla sede stradale, ndr) che se non fossero risultati usurati avrebbero «derubricato al rango di grave incidente stradale» quello che ha invece causato la morte di 40 persone. Tradotto: se le barriere avessero avuto un altro tipo di standard di contenimento, il bus non le avrebbe sfondate precipitando nel vuoto.

Ma il cedimento, evitabile per la procura, delle barriere è solo una concausa della strage. Dietro la tragedia, a parere dei magistrati, si cela anche una colpa grave, gravissima, della ditta proprietaria del bus e di alcuni dipendenti della Motorizzazione civile. Quel bus, immatricolato nel 1985 e con ben 800mila chilometri percorsi, non era in condizioni di circolare. Ma una revisione non regolare aveva consentito alla ditta proprietaria di continuare ad utilizzare il mezzo. Da qui la richiesta di condanna a 12 anni di reclusione per Gennaro Lametta, il titolare della “Mondo Travel” e proprietario del bus, che nell’incidente ha perso il fratello Ciro che era alla guida del mezzo; 9 anni per Antonietta Ceriola, dipendente della Motorizzazione Civile di Napoli e 6 anni per Vittorio Saulino, anch’egli dipendente della Motorizzazione. Secondo la Procura, Lametta, accusato di concorso in omicidio, lesioni e disastro colposo, è responsabile non soltanto delle pessime condizioni del bus ma in primo luogo per non aver sottoposto l’automezzo a revisione: se questo fosse avvenuto, ha sostenuto la pubblica accusa, l’automezzo non avrebbe ottenuto l’autorizzazione a circolare. I due funzionari della Motorizzazione Civile sono invece accusati di non aver assolto alle loro funzioni di controllo che avrebbero impedito la circolazione del bus. (Leggi l’aggiornamento sulla sentenza emessa dal giudice)

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venerdì, 11 gennaio 2019 - 10:56
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