«Credevamo fosse stata la Vanella Grassi», la strategia degli Abete-Abbinante per mettere contro le famiglie di Secondigliano


Gaetano Marino doveva morire. Ma non doveva solo essere ucciso, doveva anche alimentare odio e sospetto nel suo gruppo. Era questa l’intenzione di Arcangelo Abbinante e Giuseppe Montanera prima di partire alla volta di Terracina. Un’intenzione confermata anche da coloro che costituivano ‘la corte’ di Moncherino. Tra questi un posto di primo piano spetta sicuramente a Gianluca Giugliano: «Non so nulla dell’omicidio. Il giorno dell’omicidio io stavo nel rione, nelle case celesti, in un appartamento vuoto, perché avevo litigato con la mia fidanzata, mi svegliai nei pomeriggio dell’omicidio: mi svegliò Roberto Manganiello e mi disse che avevano ucciso Gaetano ‘o McKay. Mi misi una maglietta e scesi per andare a casa mia ossia la casa alla palazzine celesti, Via Limitone d’Arzano ove vivevo con la mia convivente. Quando arrivai di corsa a casa mia c’erano la mia convivente ed il fratello, poi sopraggiunse la moglie di Gennaro Marino che la portò via, senza dire dove andavano. Poi mio cognato mi disse che le donne erano andate a Terracina. Poi arriva un mio amico della Sanità, una brava persona e me ne andai con lui a casa sua (alla porta S.Gennaro) perché dovevo pensare, riflettere e capire qualcosa dell’omicidio. La necessità di riflettere derivava dal fatto che io pensai subito che ad uccidere Gaetano fossero stati i nostri amici. Per come lei mi chiede, quando io parlo dei nostri amici mi riferisco al gruppo della Vanella Grassi». Le dichiarazioni di Giugliano confermano dunque come gli Abete-Abbinante, almeno inizialmente, fossero riusciti nel loro intento. Sarebbe durato pochissimo. Dopo due settimane, all’esterno del bar Zeus, su via Roma verso Scampia sarebbe morto Raffaele Abete, fratello di Arcangelo. Un regolamento di conti macabro. L’incipit della ‘terza faida di Scampia’.

giovedì, 16 novembre 2017 - 08:26
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