Regionali 2015, così vince un figlio d’arte: le intercettazioni sulla scalata di Cesaro jr «Contatti con uomini vicini ai clan nolani»

Armando e Luigi Cesaro, i due big di Forza Italia in Campania
di Manuela Galletta

Sul piatto c’è molto più del sospetto che la vittoria di Armando Cesaro alle Regionali del 2015 sia stata facilitata dal voto di scambio. Dalle promesse, mantenute oppure no poco cambia, dai posti di lavoro, dagli abbonamenti in piscina, dagli avanzamenti di carriera.
Sul piatto dell’inchiesta che vede indagati i due big di Forza Italia in Campania, Luigi Cesaro e il figlio (d’arte) Armando, c’è la convinzione – da parte di investigatori e inquirenti – che un pacchetto di voti sia arrivato da ambienti vicini alla camorra del Nolano. E che sia arrivato dopo contatti diretti di Armando Cesaro con personaggi della zona inseguiti da più di un’ombra e soprattutto da più di un’amicizia ‘scomoda’. Personaggi politici, per lo più. Ma, in un caso almeno, il contatto diretto s’è consumato con un condannato per associazione di stampo mafioso.
La ‘convinzione’ è frutto di un’intensa attività di intercettazione e soprattutto di un meticoloso servizio di appostamento svolto dai carabinieri del Ros nei mesi caldi che hanno preceduto il voto del 31 maggio del 2015. Voto, ricordiamo, che ha incoronato Armando Cesaro il primo eletto azzurro in consiglio regionale con quasi 28.000 preferenze. La ‘convinzione’ è frutto, inoltre, di una singolare circostanza: in più di un’occasione, prima di recarsi ad incontri elettorali, Cesaro jr ha ordinato ai suoi di «bonificare» l’auto con la quale si spostava, di controllare cioè se ci fossero microspie.

La rete ‘nolana’ dei votanti disegnata da un ‘procacciatore’
già condannato per violazione delle norme elettorali

Anzitutto è un dato incontrovertibile il rapporto di conoscenza e telefonico tra Cesaro jr e il fratello di ex un assessore al Comune di Marigliano. Rapporto tarato – almeno a leggere il contenuto delle conversazioni ‘spiate’ e finite agli atti dell’ultima inchiesta della procura di Napoli Nord sui Cesaro – esclusivamente sull’appuntamento elettorale. Il ‘contatto’, come emergerà, era l’uomo incaricato di disegnare a Cesaro jr la rete di possibili elettori in una zona dove i politici Paolo Russo e suo cugino Ermanno Russo, originari di quelle aree, la facevano – in termini di numeri – da padroni. E’ il 28 febbraio 2015, e in quella occasione l’uomo fa il punto della situazione con Cesaro sulle persone attivate per il procacciamento di preferenze: «Enzo (De Lucia, già vicesindaco di Nola; ndr) sta a disposizione, ci abbiamo parlato questa mattina… Abbiamo avuto modo di scambiare quattro parole e mi ha detto: “Io ti ho promesso una cosa e pure con Armando io sto a disposizione, con l’onorevole (Cesaro jr) ci tengo in modo particolare, perché è una persona che merita e io voglio stare a sua disposizione”. Quindi ho detto… io queste due o tre cosarelle su Nola e Marigliano… io poi, non ti preoccupare… poi altre cose poi ne parliamo da vicino (…) Faccio stare a Tonino Romano, a Peppe Napolitano, mio fratello e mio cognato, ed Enzo De Lucia». Cesaro ringrazia e ribadisce: «Dobbiamo chiudere questa cosa…». Fin qui nulla di strano. Così sembrerebbe. Il condizionale è d’obbligo perché dalla relazione dei Ros emergono fatti e storie che, se non si sono tradotti in contestazioni penali per mancanza di prove certe, sono sintomatiche quantomeno dell’inopportunità per un politico di un certo peso di appoggiarsi a personaggi chiacchierati. Il ‘contatto’, tanto per cominciare, è stato condannato ad un anno e quattro mesi per violazione delle norme per l’elezione della Camera dei Deputati nel 2005, reato (poi divorato dalla prescrizione) contestatogli assieme all’accusa, più odiosa ma cancellata da un’assoluzione, di associazione di stampo mafioso come partecipe ad uno dei clan del Nolano. In secondo luogo, il ‘contatto’ – come ricostruito dai carabinieri del Ros in una corposa relazione consegnata alla procura – ha conoscenze assai particolari, quelle cui si appoggerà per mantenere gli impegni assunti con Cesaro: è l’uomo, infatti, a mettere in contatto il politico azzurro con un ex candidato consigliere comunale di Visciano e un imprenditore, quest’ultimo impegnato ad organizzare un incontro preelettorale con i titolari e gli operai di un’azienda di San Gennaro Vesuviano. Scava e scava, viene fuori che l’azienda in questione è di proprietà di una famiglia già ‘sorvegliata speciale’ da parte della magistratura: uno dei titolari è stato in passato sospettato di essere prestanome dei Fabbrocino, mentre un altro dei suoi componenti venne ucciso nel 1981 nella guerra tra la Nuova Famiglia e la Nco.
Non finisce qui. A Brusciano Cesaro jr gode – così gli dice il ‘contatto’ – dell’appoggio di Angelo Antonio Romano, già sindaco del Comune e consigliere provinciale, pure lui con qualche problemino con la legge ma per fatti legati al suo mandato di primo cittadino.

L’incontro tra Cesaro jr e il condannato per camorra
Ci si sposta di qualche chilometro ma lo scenario opaco non cambia. A Somma Vesuviana, scrivono gli investigatori, Armando Cesaro si vede tendere la mano da un piccolo imprenditore, incensurato. L’uomo, che da un lato è sposato con una donna impegnata in politica, dall’altro risulta avere un fratello condannato per associazione mafiosa. La persona condannata, in particolare, è stata – si legge negli atti – «l’autista del defunto boss Giuseppe Autorino», ed è anche parente di Antonio Capasso, capo dell’omonimo clan di Marigliano. È proprio con il condannato per camorra che Cesaro si intratterrà da vicino almeno in un’occasione certa. I carabinieri isoleranno la sua voce ascoltando una telefonata – intercettata – nel corso della quale Armando Cesaro fa il punto con il suo ‘contatto’ dei suoi ultimi appuntamenti elettorali.

lunedì, 5 febbraio 2018 - 00:45
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