Commercialista ‘distratto’, clienti morosi L’ex assistente lo accusa in tribunale: «Minacciata per coprire i suoi errori»

Tribunale Giustizia
di Dario Striano

Aveva rifiutato di mettere nei guai, ingiustamente, le sue ex colleghe, resistendo alle «pressioni» del suo datore di lavoro. E per quel rifiuto ha dovuto sopportare«maltrattamenti, aggressioni verbali e fisiche». G.N., 45enne di Torre del Greco, parte civile del processo che vede imputato per «violenza privata» il noto commercialista della città del corallo Antonio Di Giacomo, ha spiegato in aula dinanzi al giudice monocratico del tribunale di Torre Annunziata, Maria Laura Ciollaro, i motivi che l’hanno spinta a denunciare il suo titolare nel dicembre 2012. E con lui anche il figlio Dario e la moglie Anna, imputati nello stesso procedimento penale per la stessa ipotesi di reato. «Tantissimi clienti venivano allo studio Di Giacomo per lamentarsi con Antonio. – ha detto la donna, difesa dall’avvocato Luigi Palomba – Incolpavano lui per i mancati pagamenti di alcune imposte obbligatorie per legge. E dei tanti soldi che avrebbero dovuto versare. Il signor Di Giacomo mi chiedeva di firmare una carta con cui incolpavo le mie due mie ex colleghe dello studio per la situazione e minacciava di cacciarmi dall’ufficio nel caso mi fossi rifiutata». Con la firma di quel pezzo di carta avrebbe alleggerito la posizione del suo datore di lavoro scaricando la colpa dei ‘danni’ sulle due giovani assistenti con cui per anni aveva lavorato spalla a spalla. «Mi disse: “adesso che resti solo tu devi incolpare le altre ragazze”. Quando si accorse che non avevo intenzione di farlo cominciai ad essere offesa e aggredita, prima soltanto verbalmente, poi anche fisicamente. Alle aggressioni partecipavano anche la moglie e il figlio», ha proseguito la 45enne. Stufa delle violenze, la donna nel 2012 avrebbe deciso di non andare più a lavorare nello studio e per questo motivo sarebbe stata licenziata: «Il licenziamento fu regolare. – ha continuato la donna – Mi disse che mi avrebbe fatto prendere la disoccupazione. Io non reggevo il peso dell’enorme carico di lavoro e il clima minaccioso. Però era un bel posto, avevo anni di contratto indeterminato davanti e non volevo rinunciare a quei soldi». L’ottenimento della disoccupazione sarebbe stato dunque, secondo il racconto in aula, il prezzo da pagare per tradire le giovani colleghe e salvare così il suo titolare dall’accusa di appropriazione indebita che lo vede imputato in altro processo, sempre dinanzi al tribunale oplontino. «Mi disse: “io ti faccio prendere la disoccupazione ma c’è sempre quella carta da firmare”. Capì che non poteva fare più nulla e le aggressioni aumentarono. Io ufficialmente sono stata licenziata a inizi settembre ma in realtà ho continuato a lavorare per quello studio a nero. Il signor Di Giacomo mi chiamava continuamente per recuperare dei documenti. L’ultima volta che sono andata allo studio però fui aggredita in malo modo e così decisi di non andare più. Ero spaventata e quando giorni dopo mi chiesero di riandare allo studio per una pratica rifiutai». L’8 maggio si terrà la prossima udienza del dibattimento. Saranno interrogati alcuni testi della difesa, rappresentata dall’avvocato Gennaro Malinconico.

sabato, 10 febbraio 2018 - 12:15
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