Pompei, lancia auto contro il Santuario Sull’algerino indagherà l’Antiterrorismo Venne espulso nell’ottobre 2016

Il Santuario di Pompei
di Dario Striano

Dall’Italia non s’è mai allontanato. Benché nell’ottobre del 2016 gli fosse stato notificato un provvedimento di espulsione. Né ha funzionato la rete dei controlli, che andrebbero attivati per verificare che un immigrato irregolare ‘cacciato’ con un ordine dell’autorità giudiziaria si allontani per davvero. Un algerino di 22 anni non solo è rimasto nel Bel Paese, ma lunedì pomeriggio ha avuto tutto il tempo e la possibilità di seminare il panico nella città di Pompei. Peggio ancora: ha avuto il tempo e l’occasione di commettere un delitto, e peggio ancora di fare una strage.
Sì, perché lunedì pomeriggio, l’algerino ‘espulso’  ha prima rubato un’auto a Terzigno, poi ha raggiunto Pompei, e, quando s’è trovato dinanzi al simbolo della Chiesa, ha iniziato una folle corsa contromano di 200 metri per lanciarsi verso il Santuario. Una follia. Che ha rischiato di trasformarsi in tragedia, considerato che in strada, a quell’ora, c’erano numerosi passanti ma anche tanti turisti. Una follia, che ha fatto temere il peggio a chi ha assistito impotente alla scena. Attentato terroristico sono le parole riecheggiate nella testa dei cittadini. E per attentato terroristico rischia adesso di essere incriminato l’algerino. Lunedì pomeriggio il 22enne clandestino è stato fermato dai vigili urbani che stavano presidiando l’area. E’ stato fermato solo dopo che, con la sua auto, ha oltrepassato le rastrelliere e la barriera antiterrorismo, ha bloccato la corsa della macchina sul sagrato della Santuario, e ha provato a scappare a piedi tuffandosi nelle strade del centro di Pompei. E, ieri mattina, è stato processato per direttissima. Il giudice monocratico Ferdinanda Iannone del Tribunale di Torre Annunziata lo ha condannato a due anni e due mesi di reclusione per furto d’auto e resistenza a pubblico ufficiale, pena scontato di un terzo come prevede il rito abbreviato scelto dall’imputato. Disposta un’ordinanza di custodia cautelare in carcere all’esito della convalida del fermo. Ma non è tutto: il giudice ha infatti anche trasmesso gli atti alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, sezione terrorismo, affinché si indaghi più a fondo sulla vita dell’algerino 22enne allo scopo di accertare se ci possano essere collegamenti dell’algerino dell’Isis e se l’azione compiuta lunedì fosse propedeutica a compiere un attentato. Una decisione, quella del giudice, forse maturata anche alla luce della condotta tenuta dall’imputato durante i fatti contestati e durante lo svolgimento del processo. Come dichiarato in aula da uno dei marescialli che hanno bloccato il 22enne, il giovane ha mentito sulla sua identità, dichiarando un’altra data di nascita e un altro nome di battesimo. Solo con l’intervento di un interprete e il riconoscimento delle impronte digitali, gli uomini della locale caserma sono stati in grado di conoscere la reale identità dell’arrestato e scoprire che a suo carico pendeva un provvedimento di espulsione dal suolo italiano datato ottobre 2016 – a causa del suo ingresso clandestino in Italia.
Una volta in Tribunale il 22enne ha invece opposto ostruzionismo, cercando di rallentare il corso del processo. Per provare a dialogare con lui, è stata richiesta la presenza di un’interprete francoalgerino, che però non parlava italiano: le domande fatte dal giudice venivano tradotte in inglese dall’avvocato d’ufficio e l’interprete provvedeva a rimodularle per il 22enne. Dal canto suo l’algerino fingeva di non capire. Tuta del calcio Napoli indosso e sguardo assente, l’immigrato clandestino, nonostante le varie traduzioni, in un primo momento si è mostrato reticente nel rispondere alle domande poste dal tribunale. Soprattutto a quelle relative all’ubicazione del suo domicilio. Solo quando il giudice Iannone ha paventato l’ipotesi dell’arresto, l’imputato ha poi cominciato a rispondere in maniera più dettagliata e comprensibile. In aula ha ammesso di aver fatto uso di marijuana e di essere entrato «in una macchina aperta con le chiavi ancora attaccate al volante» per ripararsi dal freddo. Quindi ha raccontato di essersi messo alla guida della macchina «soltanto per farsi un giro». Spetta adesso alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli capire se l’algerino ha detto la verità o se dietro il suo folle gesto si nasconde qualcosa di più.

mercoledì, 28 marzo 2018 - 08:00
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