Cucchi, il carabiniere-teste si corregge: riceve la pacca sulla spalla da un imputato Sospetti di altri verbali falsi

Stefano Cucchi
di Manuela Galletta

I verbali falsi, la testimonianza claudicante di chi ha pronunciato il doppio giuramento di servire lo Stato onorando la divisa e di non mentire al cospetto dei giudici. E poi la (rassicurante) pacca sulla spalla data a quello stesso testimone da uno degli imputati, servitore dello Stato pure lui, dopo la deposizione del collega. Un gesto che non è passato inosservato.
Ieri mattina al processo a cinque esponenti dell’Arma dei carabinieri sull’assurda morte di Stefano Cucchi, massacrato di botte dopo l’arresto per il possesso di un modesto quantitativo di droga, è stata scritta un’altra pagina amara di una storia emersa a fatica. Emersa a fatica perché – è l’accusa che viene fuori dalle pagine dell’inchiesta – i carabinieri che arrestarono Cucchi fecero di tutto per allontanare da se stessi i sospetti che a massacrare di botte il geometra di Roma, togliendogli la vita, fossero stati proprio loro. Fecero di tutto per far ricadere i sospetti, cosa accaduta, sugli agenti della Penitenziaria che presero il geometra in custodia e che si sono ritrovati, loro malgrado, ad affrontare un processo dal quale sono stati poi giustamente assolti. Falsificarono i verbali, tanto per cominciare. E, nell’udienza di ieri, di anomalie burocratiche ne sono saltate fuori ancora altre, come se non bastassero già le ombre addensatesi sul verbale di arresto: anche il verbale legato alla perquisizione domiciliare a casa dei genitori di Cucchi, effettuata dai carabinieri che erano alla ricerca di droga, non sarebbe genuino. Su questo pezzo di carta, al pari di quello dell’arresto, manca la firma di Stefano Cucchi. Nulla di strano, a parere di Gabriele Aristodemo, all’epoca in servizio presso la stazione dei carabinieri ‘Appia’  e interrogato dal pubblico ministero Giovanni Musarò In Corte d’Assise. «E’ normale, perché è un atto nostro», ha risposto il teste, presente quando Cucchi venne arrestato il 16 ottobre del 2006 (morì sei giorni più tardi all’ospedale Sandro Pertini). Nel luglio 2015 però Aristodemo rese agli inquirenti un’altra versione sul punto: «Si era rifiutato di firmare». E le parole «si rifiuta» sono pure quelle comparse per magia, scritte a penna, in una nuova copia del verbale depositato ai pm, dopo che una prima copia acquisita nel 2009 era priva della firma di Cucchi.
Contraddizioni evidenti che Aristodemo, incalzato dal pm, ha provato a chiarire così: «Mi sbagliai, mi ero confuso». La memoria, si sa, a volte gioca brutti scherzi. Di solito accade col trascorrere del tempo, ma a sentire Aristodemo nel suo caso si verifica il percorso esattamente opposto. Adesso sull’arresto di Cucchi ha le idee più chiare. O meglio, ricordi diversi da quelli di due anni: «Quando venne portato in caserma, il ragazzo era sotto gli occhi», ha raccontato ieri. Nel 2015, quando i sospetti erano caduti su persone diverse dai carabinieri (poi assolte), Aristodemo disse invece che Cucchi arrivò in caserma senza neppure «un segno in volto». Ancora: Aristodemo oggi ricorda che Cucchi, prima di essere consegnato alla Penitenziaria, «era moscio e camminava molto lentamente», ma all’epoca dichiarò che «Cucchi non paventava alcun malore né atteggiamenti che potevano farlo intuire».
Un’altra incongruenza è legata alla preoccupazione dei carabinieri di concordare una versione di comodo di quanto accaduto da fornire all’autorità giudiziaria, preoccupazione registrata dagli inquirenti grazie ad una ‘microspia’: Aristodemo ha spiegato che durante la perquisizione domiciliare «Cucchi era seduto sul divano ed era calmo». In una telefonata del 2015, intercettata dalla Procura, Raffaele D’Alessandro (altro carabiniere sotto processo, ndr) chiamò Aristodemo, presente nell’appartamento, per dirgli che si era ricordato che Cucchi cominciò a dare testate contro il muro e che per calmarlo dovettero ammanettarlo. «Quello che disse D’Alessandro non era vero, perché c’ero anche io lì», ha corretto il tiro il testimone nell’udienza di ieri. Ombre pesanti, come quelle che si stagliano sulla relazione di servizio sull’arresto di Cucchi, datata 27 ottobre 2009 quindi cinque giorni dopo la morte del 31enne, e firmata da Aristodemo: lì non si fa menzione alla presenza di Alessio Di Bernardo e di Raffaele D’Alessandro (di Villaricca), due militari dell’Arma oggi imputati perché accusati del pestaggio, e pure Aristodemo ha sempre sostenuto che i due fossero stati presenti sin dal momento dell’arresto. Incongruenze. Che camminano di pari passo ad una scena che ieri mattina non è sfuggita a chi ha assistito all’udienza: dopo la deposizione Aristodemo ha ricevuto una pacca sulla spalla dal maresciallo Riccardo Mandolini, imputato per il solo reato di calunnia. Il che ha suscitato l’ironico commento su Facebook di Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano: «Il maresciallo Mandolini (uno degli imputati, ndr), presente in aula per verificare di persona, gli ha dato una pacca sulla spalla. Giustamente. Aristodemo oggi ha fatto un buon lavoro. Per noi. Ma né lui né Mandolini lo hanno capito».

—->>> Leggi anche: 

Stefano Cucchi ucciso di botte, in aula l’ex moglie di un carabiniere imputato: «Rideva nel dirmi che l’aveva picchiato»

venerdì, 1 giugno 2018 - 08:00
© RIPRODUZIONE RISERVATA