Candidatura ‘blindata’ e poi saltata, Cardano chiede i danni a Forza Italia:
la Cassazione dice ‘no’ e condanna lui

Berlusconi
di Dario Striano

In politica non c’e’ promessa che tenga. Seggi sicuri e incarichi di prestigio possono essere anche oggetto di un ‘tradimento’ politico. I vertici dei partiti hanno il pieno diritto di mettere in lista, o destinare a incarichi istituzionali, a chi ritengono «più idoneo a rappresentare gli ideali e i valori che in un determinato momento meglio caratterizzano la linea del partito», senza per questo dover risarcire chi aveva ricevuto promesse, poi non mantenute. Lo sottolinea una recente sentenza della Cassazione che ha respinto il ricorso di Maurizio Cardano, pilastro per trent’anni della Democrazia cristiana porticese, campana e italiana, transitato poi in Forza Italia.

La sentenza delle Corte d’Appello
L’ex assessore ai lavori pubblici del Comune di Napoli aveva presentato ricorso alla Suprema Corte contro la decisione della Corte di Appello di Napoli che, nel 2015, aveva escluso che gli spettasse un risarcimento «per la mancata attuazione di promesse di candidature, rivoltegli da esponenti di FI, in collegi elettorali sicuri e di incarichi istituzionali». Nessun  indennizzo dunque è stato concesso all’ex democristiano, nonostante fossero stata lese e «compromesse la sua immagine e credibilità politica».

Oltre il danno, la beffa:
il risarcimento a Fi
Cardano – travolto e poi uscito indenne dagli scandali di tangentopoli -, dunque, non riceverà nemmeno un euro per essere stato silurato e tradito dal partito, nonostante avesse «messo a disposizione gratuita il suo appartamento a Portici a Forza Italia e aver continuamente finanziato il partito nel periodo di militanza». Oltre il danno, la beffa: la Suprema Corte lo ha condannato anche a pagare  le spese legali al vecchio gotha di Fi che Cardano aveva tirato in causa nel 2006 dopo il ‘tradimento’ per la mancata candidatura, quando chiese un risarcimento da 140mila euro. Pertanto l’ex politico porticese dovrà pagare 6mila 200 euro di spese legali (ciascuno) in favore di Silvio Berlusconi, Nicola Cosentino e Antonio Martusciello, e 4800 euro (ciascuno) a Fulvio Martusciello e Francesco Maione. «Ai responsabili delle forze politiche – scrivono gli ‘ermellini’ nella sentenza – deve riconoscersi un’ampia discrezionalità nell’orientare la loro azione e nel designare i loro rappresentanti». Tradotto, il seggio sicuro non deve essere «riconducibile ad un impegno di natura economica».

Le motivazioni della sentenza della Cassazione
E per di più, il mancato rispetto di patti e accordi non può essere azionabile in via giudiziaria «perché gli unici giudici dell’attività politica sono i cittadini». Solo a loro spetta giudicare che la negoziazione politica di incarichi e ruoli sia stata «cattiva o infedele».
«Ipotizzando invece la vincolatività dell’offerta di candidatura e la coercibilità degli impegni assunti dai vari partecipanti al comune progetto politico – così sulla sentenza – si finirebbe per condizionare l’attività dei partiti, interferendo nella formazione delle liste elettorali e, in definitiva, nella libera espressione del voto degli elettori, alla quale i partiti ‘concorrono’, esercitando una funzione strumentale di proposta e di raccordo tra i cittadini e le istituzioni».

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martedì, 19 giugno 2018 - 16:09
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