Gli insulti all’avvocato del prete pedofilo e la necessità di insegnare il Diritto a scuola per arginare l’ondata di odio immotivato

Tribunale Giustizia
di Manuela Galletta

Ad indignarci non è stato il contenuto degli insulti (impressionanti per numero), per quanto certe offese siano state disgustose, all’avvocato chiamato ad assistere il prete pedofilo, reo-confesso, di Prato. La mamma dei cretini è sempre incinta, recita del resto un proverbio popolare. E ai nostri avi la saggezza non faceva certo difetto.
Ciò che, invece, ci spinge a fermarci per una riflessione è la causa che ha generato l’immotivata esplosione di odio verso il legale. Gli indignati del web, che sono poi persone in carne e ossa (non dimentichiamolo mai), hanno contestato all’avvocato l’aver fornito assistenza legale a un pedofilo ed hanno manifestato risentimento perché a rappresentare il parroco sia stata proprio una donna, che in quanto tale avrebbe dovuto mostrare maggiore sensibilità nel prendere le distanze da un uomo che ha commesso il crimine ignobile di violare l’infanzia di una bambina. Ora, al netto delle offese che hanno accompagnato questi due concetti, è evidente che la pioggia di insulti è la diretta conseguenza di un debito di conoscenza. La conoscenza del Diritto ma prima ancora, il che è assai grave, della Costituzione. A chi si indigna perché il prete pedofilo viene difeso varrebbe la pena  di suggerire di guardare un po’ meno le fiction americane che pure parlano di Giustizia, o quantomeno di non trasferire in Italia le regole che valgono negli Stati d’Uniti d’America. Qui da noi c’è un articolo nella Costituzione, il numero 24 per l’esattezza, che recita: «La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento». Tradotto: anche il prete di Prato ha diritto all’avvocato e, pur volendo, non può rinunciarvi. Il secondo aspetto delle offese tradisce poi una confusione preoccupante sul ruolo che l’avvocato svolge nei processi. E su questo vale la pena soffermarsi. E’ evidente la semplicistica sovrapposizione di pensiero tra la figura dell’avvocato e il tentativo di dimostrare a tutti i costi l’innocenza di un indagato, anche se – come nel caso del prete di Prato – palesemente colpevole. Sovrapposizione dalla quale scaturisce l’indignazione ‘social’ che si è riversata contro la ‘donna’: per i commentatori è assurdo che una donna possa difendere, quindi provare a giustificare, il ‘mostro’. Per chi il Diritto lo conosce sa bene che il ruolo dell’avvocato è sì quello di dimostrare l’innocenza del suo cliente laddove le accuse siano infondate, ma prima ancora il ruolo di un avvocato è assicurarsi che le regole processuali non vengano violate, piegate, forzate al solo scopo di arrivare ad una sentenza di condanna a tutti i costi. Questo non nell’interesse dei criminali, ma soprattutto degli innocenti che pure – come insegna la storia – possono finire loro malgrado nel tritacarne giudiziario. E il compito dell’avvocato del prete pedofilo, vista l’ammissione dell’indagato, non è altro che questo. Allora se questo concetto appare assai semplice, c’è da chiedersi perché esso non sia patrimonio collettivo. La colpa, e non temiamo di offendere alcuno, sta in buona parte nella rappresentazione (mediatica ma non solo) di netta contrapposizione tra le parole ‘accusa’ e ‘difesa’, e tra le figure che sono chiamate ad incarnare questi due concetti: il pubblico ministero e l’avvocato. E in un mondo in cui tutto è bianco e nero, questa contrapposizione si traduce inevitabilmente nella distinzione tra il buono, che è sempre il pubblico ministero perché persegue i crimini, e il cattivo, che è raffigurato dall’avvocato che invece si trova a rappresentare chi dei crimini è sospettato. Ma la colpa, a nostro avviso, risiede soprattutto nel debito di conoscenza che il cittadino ha del Diritto e della Costituzione. E il sapere, la conoscenza sono il solo vero argine all’esplosione di odio che – anche grazie ai social, potentissime casse di risonanza di ogni tipo di messaggio – sta attraversando la società contemporanea. Allora vale la pena domandarsi se non sia il caso di provare a colmarlo questo deficit. Partendo dalle scuole. Da quelle ‘medie’. Magari. Certamente il deficit culturale non lo si cancella in un giorno, ma restare a guardare senza pensare ad una strategia che renda più consapevoli le generazioni del futuro non farà altro che giustificare e accrescere questi sentimenti di intolleranza, di odio, di caccia alle streghe che stanno imbarbarendo l’animo umano.

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lunedì, 30 luglio 2018 - 11:14
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