Agropoli, la banda di rom voleva «fare una guerra ai carabinieri»: minacce al sindaco per posti di lavoro e beni confiscati

Carabinieri

Nuovi agghiaccianti particolari emergono dalla conferenza stampa che si è tenuta stamattina alla presenza del procuratore della Repubblica di Salerno Luca Masini, il pm Antimafia Marco Colamonici e il comandante provinciale Anonino Neosi che hanno spiegato i dettagli dell’operazione che ha portato all’arresto di 25 persone (11 in carcere, 7 ai domiciliari e 7 obblighi di dimora).
Come le minacce al sindaco di Agropoli per costringerlo a «evitare che alcuni appartamenti di recente confiscati fossero adibiti a finalità pubbliche» e che venissero «indebitamente assegnati ad appartenenti alla comunità posti di lavoro a tempo indeterminato». L’episodio risale allo scorso luglio quando, come spiegato dal facente funzione di procuratore della Repubblica di Salerno Luca Masini «fu semi-divelta la porta dell’anticamera da un gruppo di persone che capeggiate da uno dei promotori pretendevano di essere immediatamente ricevuti per avere conto di una serie di condotte doverose che il sindaco di Agropoli stava attuando».

La banda voleva inoltre «fare una guerra ai carabinieri», ha sottolineato in conferenza il pm Antimafia Marco Colamonici. L’obiettivo era cercare di «omettere o alleggerire – spiega una nota – i controlli del comando carabinieri eseguiti in direzione delle condotte delittuose riconducibili ai componenti del gruppo indagato». «Uno dei principali esponenti del sodalizio – ha spiegato il pm – era riuscito a tenere calmi i giovani del gruppo che, infastiditi da questo attivismo dei carabinieri di Agropoli, avrebbero voluto fare la guerra ai militari». Ma il gruppo avrebbe rivolto minacce anche al coordinatore unico del cantiere di Agropoli della società operante nel settore della raccolta dei rifiuti solidi urbani, al fine «di essere assunti nelle vesti di dipendenti stagionali, di essere adibiti a mansioni ‘gradite’ e di non essere sanzionati per le continue assenze e i costanti inadempimenti commessi nell’esercizio dell’attività lavorativa».

Inoltre, attraverso attività tecnico-intercettive e l’esecuzione di servizi dinamici di osservazione, integrati dall’acquisizione di informazioni testimoniali, è stato possibile appurare che gli indagati si sarebbero autofinanziati attraverso l’esecuzione di sistematici furti con destrezza compiuti presso gioiellerie presenti su tutto il territorio nazionale, avvalendosi anche del supporto logistico di alcuni parenti a Biella e Vercelli, l’esecuzione di furti all’interno di autovetture ed il riciclaggio dei proventi ottenuti, l’illecita introduzione nei circuiti bancari finalizzata all’accredito fraudolento di somme di denaro. «Siamo partiti da un’attività investigativa sui furti – ha spiegato il comandante provinciale Antonino Neosi – ma siamo riusciti a dimostrare che dietro c’era un’attivita’ che andava ben oltre».

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venerdì, 30 novembre 2018 - 15:04
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