Vigilante morto 4 mesi dopo una lite: i consulenti del pm escludono un legame tra gli eventi, imputato condannato per lesioni

di Manuela Galletta

Una decisione inaccettabile. E’ così che Lina Schiano ha definito la sentenza emessa ieri dal giudice per le indagini preliminari Carola del Tribunale a conclusione del processo istruito per fare chiarezza sulla lite nella quale, il 9 maggio scorso, suo padre Gennaro era rimasto coinvolto. Gennaro Schiano morì quattro mesi dopo in ospedale e la figlia ha sempre ritenuto il decesso legato all’aggressione subita dal genitore. Ecco perché quando ieri pomeriggio il giudice Carola ha condannato l’imputato a due anni (pena sospesa) per il reato di lesioni aggravate (che esclude dunque qualsiasi responsabilità del giovane nella morte di Schiano), la donna non ha accettato la sentenza.

Una storia delicata, che merita una ricostruzione analitica dei fatti affinché sia chiaro cosa è accaduto quel 9 maggio e nei mesi successivi, perché si è arrivati ad una condanna per lesioni volontarie aggravate, e perché le polemiche in chiave giustizialista che già da ieri circolano su questa vicenda sono infondate.

Il 9 maggio dello scorso anno Schiano, vigilante di 64enne originario di Quarto, era sul treno della Circumflegrea e stava per tornare a casa. Sul treno ha una discussione con un ragazzo che oggi ha 19 anni: il motivo del litigio è banale, riguarda lo spostamento di una borsa da un sedile all’altro. Alla fermata de ‘La Trencia’ (a Pianura) scendono sia Schiano che il ragazzo. Le telecamere mostrano il ragazzo allontanarsi, e riprendono Schiano che lo rincorre. Poi c’è un ‘vuoto’, perché la zona dove i due si fermano non è ripresa dalle telecamere. Cosa succede in questo frangente? I due litigano. E a questo punto il 19enne, di buona famiglia e iscritto all’Università di Ingegneria, dice che per difendersi sferra una ginocchiata a Schiano, il quale perde l’equilibrio e cade a terra e sbatte la testa. Schiano viene ricoverato in un primo momento all’ospedale San Paolo di Fuorigrotta, poi viene trasferito all’ospedale Cardarelli. Di lì a poco Schiano entra in coma e dopo 4 mesi il suo cuore smette di battere. E’ l11 settembre quando viene dichiarato il decesso. Un mese prima il 19enne finisce agli arresti domiciliari per il reato di lesioni.

Con la sopravvenuta morte di Schiano, la procura cambia il capo d’accusa in omicidio preterintenzionale e chiede al gip una misura cautelare per questo nuovo reato, nell’attesa che i tre consulenti medici nominati per l’autopsia depositino la relazione sulla causa del decesso. Il gip però respinge la misura, e successivamente il Riesame – al quale si era rivolta la procura presentando ricorso – conferma la decisione del gip. Arriva quindi la relazione dei consulenti del pm e viene fuori che la morte di Schiano non è stata provocata dalle lesioni dovute alla ginocchiata data dal ragazzo e alla successiva caduta in terra di Schiano. La morte di Schiano, dicono i medici nominati dal pm, è invece legata a dei problemi di cuore di cui l’uomo soffriva. Sulla scorta di questa relazione che esclude di fatto ogni collegamento tra la lite e il decesso, la procura decide di accantonare la tesi dell’omicidio preterintenzionale e chiede il rinvio a giudizio del ragazzo per il solo reato di lesioni volontarie relativo alla ginocchiata, reato per il quale il giovane resta per otto mesi ai domiciliari. Ieri la definizione del processo con rito abbreviato dinanzi al giudice Carola, il quale condanna l’imputato a due anni con la sospensione della pena. Sospensione che fa cadere la misura dei domiciliari, misura che non ha consentito al ragazzo neanche di frequentare l’Università (la difesa aveva fatto richiesta di consentire al giovane di seguire le lezioni, ma il gip l’aveva respinta). La procura aveva chiesto invece quattro anni e 4 mesi. La difesa dell’imputato, rappresentata dall’avvocato Maurizio Capozzi, aveva anche sostenuto la legittima difesa e dunque chiesto l’assoluzione sulla scorta di un ragionamento logico: il suo assistito si era allontanato dalla stazione, segno che non voleva proseguire la lite iniziata sul treno; se avesse voluto aggredire Schiano, non se ne sarebbe andato. Ma il gip Carola non ha accolto questa ricostruzione, che tuttavia potrebbe essere riproposta in sede di Appello.

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sabato, 2 Marzo 2019 - 12:59
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