Casamonica, la Corte di Cassazione:
«E’ associazione di stampo mafioso»

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La Cassazione

Il clan Casamonica è «un’associazione di stampo mafioso». Lo sottolinea la terza sezione penale della Cassazione in una sentenza depositata oggi e con cui ha dichiarato inammissibili i ricorsi di 18 indagati – tra cui diversi esponenti della famiglia Casamonica e alcuni della famiglia Spada – contro l’ordinanza del Riesame di Roma che lo scorso luglio aveva confermato in gran parte le misure cautelari in carcere disposte dal gip per associazione mafiosa (articolo 416 bis c.p.) e associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti.

«Con specifico riferimento all’associazione di cui all’articolo 416 bis – scrive la Cassazione – il tribunale ha ricostruito la sussistenza del sodalizio vagliando attentamente i plurimi elementi indiziari costituiti dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, dagli interrogatori resi dalle presunte persone offese dell’associazione e dalle molteplici conversazioni intercettate nel corso delle indagini. Tali elementi – osservano i giudici del ‘Palazzaccio’ – sono idonei a dimostrare non solo la sussistenza dell’associazione di stampo mafioso, ma anche la partecipazione dei singoli indagati al sodalizio medesimo». La Suprema Corte ricorda, in particolare, che «collaboratori di giustizia» hanno «concordemente ricostruito l’organizzazione del sodalizio criminoso e hanno identificato i ruoli svolti all’interno dello stesso da ciascun componente, segnalando talvolta lo svolgimento di una mansione specifica e immutata (si pensi a Casamonica Giuseppe, vertice del sodalizio), talaltra l’interscambiabilità delle funzioni svolte dai singoli sodali (riscossione del denaro, utilizzo di metodi intimidatori, contatti con le persone offese dai reati-fine, ingresso nella base logistica del clan)».

Sia le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sia quelle delle vittime dell’associazione di stampo mafioso, rilevano gli ‘alti’ giudici, «sono state ampiamente riscontrate da plurimi atti di indagine», soprattutto da «svariate intercettazioni telefoniche». Da questi elementi «emerge chiaramente che tutti gli indagati erano parte di un nucleo associativo familiare fortemente radicato nel territorio romano e ben noto alla popolazione – conclude la Corte – godevano di una base logistica comune all’interno della quale tenevano le armi e la sostanza stupefacente e nei pressi della quale le varie persone offese erano state convocate da diversi membri dell’associazione, disponevano di una cassa comune, svolgevano la propria attività con metodo fortemente intimidatorio, ponevano in essere condotte di aiuto e di reciproca sostituzione e recuperavano le somme di denaro conseguenti al reato di estorsione o di traffico di sostanze stupefacenti nell’interesse del sodalizio».

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martedì, 30 Aprile 2019 - 17:53
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