Napoli, faida di camorra a San Giovanni
Il ras intercettato: «Non è finita qua»
I ruoli dei 7 arrestati del clan D’Amico

Omicidio San Giovanni
L'omicidio di Luigi Mignano, ucciso nel rione Villa a San Giovanni a Teduccio (foto Kontrolab)
di Manuela Galletta

Quasi settanta pagine di provvedimento, che si chiudono con le ragioni della procura sul perché era necessario intervenire d’urgenza con un decreto di fermo: da un lato è emersa l’intenzione di alcuni sospettati di darsi alla fuga; dall’altra è emersa la consapevolezza che alcuni sospettati erano pronti a firmare altre azioni di sangue. Porta la firma del pubblico ministero antimafia Antonella Fratello il decreto di fermo che questa mattina ha portato alla cattura di sette esponenti del clan D’Amico di San Giovanni a Teduccio, il gruppo che costituisce il braccio armato del clan Mazzarella, per l’omicidio di Luigi Mignano (cognato del boss Ciro Rinaldi detto ‘mauè’) e il tentato omicidio di Pasquale Mignano, agguato avvenuto il 9 aprile al rione Villa a San Giovanni a Teduccio davanti ad una scuola.

I nomi in calce al provvedimento sono tutti noti alle forze dell’ordine, ma anche alle cronache giudiziarie. Umberto D’Amico apre l’elenco del provvedimento di fermo e non a caso: fratello del boss Salvatore D’Amico ‘o pirata, Umberto D’Amico è da sempre considerato una delle ‘anime’ del clan. Un ruolo che gli è costata in primo grado una pesante condanna per associazione di stampo mafioso.  D’Amico era libero perché nel corso del dibattimento per camorra scattò la decorrenza dei termini di custodia cautelare.

Destinatario del provvedimento anche Umberto Luongo (residente a San Giorgio a Cremano), fedelissimo di D’Amico, che rivendica con fierezza la propria appartenza al sodalizio ma soprattutto il suo ruolo apicale: «Io sono il Luongo Umberto di una volta», dice in una recente intercettazione agli atti del decreto di fermo. E dice anche, riferendosi alla faida, «Non è finita qua». Il decreto di fermo, inoltre, ha colpito Gennaro Improta (residente a San Giovanni a Teduccio); Salvatore Autiero (residente a San Giovanni a Teduccio); Giovanni Musella (domiciliato a Portici); Ciro Rosario Terracciano (residente a San Giovanni a Teduccio); Giovanni Borrelli (residente a Portici). Tutti, ad eccezione di Borrelli, rispondono di omicidio e di tentato omicidio con l’aggravante dell’uso illegittimo delle armi e dell’aggravante della matrice camorristica. Borrelli invece risponde di favoreggiamento con l’aggravante della matrice camorristica.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Umberto D’Amico e Umberto Luongo avrebbero ordinato l’agguato. Luongo avrebbe anche svolto funzione di appoggio per gli esecutori materiale anche consentendo loro la fuga; inoltre avrebbe incaricato Giovanni Borrelli di provvedere alla distruzione della pistola usata per il raid. Il commando invece sarebbe stato composto da Ciro Rosario Terracciano (indicato come esecutore materiale); da Salvatore Autiero (ha svolto funzioni di appoggio per i killer); Gennaro Improta e Giovanni Musella, che avrebbero fatto da ‘staffetta’ per il killer. (Sull’edizione di domani del quotidiano digitale, accessibile solo su abbonamento, saranno disponibili approfondimenti sull’inchiesta a carico del clan D’Amico. Per abbonarsi basta accedere alla sezione ‘Sfoglia il Quotidiano’)

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sabato, 4 maggio 2019 - 14:44
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