Processo Stato-mafia: Corte, «Ros omissivi, tacquero anche con Borsellino»

Paolo Borsellino

«Neanche al dottore Borsellino gli ufficiali del Ros, dopo il 25 giugno ’92, fecero menzione dei loro incontri con Vito Ciancimino. Un rapporto omissivo, quest’ultimo, volto a instaurare un dialogo diretto con i vertici di Cosa nostra. Altra omissione la mancanza di alcuna ricostruzione documentale sull’argomento. Né Mori né De Donno hanno mai redatto alcuna relazione di servizio riguardo agli incontri avuti con Vito Ciancimino». Così il presidente della seconda corte d’assise d’appello di Palermo, Angelo Pellino, riprendendo – nella sessione pomeridiana – la relazione introduttiva nella seconda udienza del processo di secondo grado “Stato-mafia”. Nessuno degli imputati partecipa all’udienza odierna.

La Corte d’assise presieduta da Pellino – giudice a latere Vittorio Anania – sta ripercorrendo punto per punto le oltre 5000 pagine di motivazioni con cui l’anno scorso gli imputati sono stati riconosciuti colpevoli di “minaccia a corpo politico dello stato”. «Né, tantomeno Subranni, comandante del Ros e diretto superiore dei due, pretese spiegazioni o chiarimenti. Di tutta questa attività – prosegue – non si sarebbe saputo nulla se Vito Ciancimino non avesse deciso di parlare con il procuratore Caselli al quale, comunque, Ciancimino porse la sua verità». Secondo la ricostruzione della sentenza «la prova della trattativa era la stessa accettazione, da parte dei vertici di Cosa nostra, Riina in testa, alla ricezione della proposta da parte dello Stato di discutere per far cessare le stragi».

Il presidente Pellino ha poi ripercorso le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca e Pino Lipari. «Il boss Salvatore Cancemi nel marzo 1994 dice che ‘Riina dopo le stragi del 1992 era intenzionato a intavolare una trattativa, di fronte a quei colpi tremendi non ci sarebbe stata una reazione da parte dello Stato che ma avrebbe ceduto alle richieste di cosa nostra’. Durante lo stesso interrogatorio Cancemi aggiunge che ‘queste richieste sarebbero dovute giungere – prosegue Pellino ripercorrendo le motivazioni della sentenza di primo grado – a Dell’Utri e Berlusconi e ci avrebbero pensato loro. E’ lo stesso Cancemi a riferire che, anche dopo l’arresto di Riina, la ‘musica non era cambiata’ con Bernardo Provenzano che confermava il tentativo di rapire il capitano Ultimo (che arrestò Riina il 13 gennaio 1993, ndr)».

Le motivazioni danno atto di una progressione ‘sospetta’ nelle dichiarazioni di Cancemi, spiega Pellino, aggiungendo poi alcuni nomi precedentemente omessi – su tutti Berlusconi e Dell’Utri – «ma è utile rimarcare che dalle stesse motivazioni si evince che il nucleo originario delle dichiarazioni di Cancemi è rimasto sostanzialmente invariato nel tempo, nonostante le successive rimodulazioni» Anche per le dichiarazioni di Giovanni Brusca la sentenza da atto di ‘criticità’, ma «non vi sono ragioni per pervenire a pregiudiziali ragioni di inattendibilità del collaboratore nella ricostruzione di diversi fatti», alcuni con ‘riscontri straordinari’ provenienti dalle intercettazioni del boss Riina (mentre era detenuto al carcere di Milano Opera). Ripercorsa anche – attraverso le motivazioni di primo grado – anche un’altra vicenda che ci è svolta nell’estate del 1992 e denominata “trattativa minore”. Il processo è stato aggiornato al 31 maggio durante la quale Pellino affronterà il capitolo delle stragi del 1992 e ’93 e le “minacce a corpo politico dello Stato”.

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lunedì, 13 maggio 2019 - 19:08
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