Camorra, processo sull’omicidio D’Andò: gli imputati fanno trovare il corpo, il gip li condanna a 20 anni a testa

Antonino D'Andò
Il luogo in cui sono stati ritrovati i resti di Antonino D'Andò, vittima di lupara bianca nel febbraio 2011

Il pubblico ministero ha chiesto la condanna all’ergastolo benché gli imputati avessero ammesso gli addebiti e avessero consentito il ritrovamento dei resti di Antonino D’Andò, uomo di fiducia della famiglia Amato, vittima di lupara bianca nel febbraio del 2011. Il giudice per le indagini preliminari della 26esima sezione penale del Tribunale di Napoli ha invece deciso di tenere conto del contributo offerto dagli imputati e ha riconosciuto loro tutte le attenuanti: 20 anni di carcere sono stati inflitti al boss Mario Riccio (difeso dagli  avvocati Domenico Dello Iacono ed Emilio Martino), genero del padrino Cesare Pagano e all’epoca dei fatti contestati alla guida del clan Amato-Pagano, Emanuele Baiano (difeso dall’avvocato Dello Iacono), Mario Ferraiuolo (difeso dall’avvocato Massimo Autieri), Giosuè Belgiorno (difeso dall’avvocato Raffaele Chiummariello) e Ciro Scognamiglio (difeso dall’avvocato Rosa Ciccarelli).

Tutti rispondevano di omicidio e di occultamento di cadavere con l’aggravante della premeditazione e della matrice camorristica. Lo scorso 22 marzo Baiano, Ferraiuolo, Belgiorno e Scognamiglio hanno rivelato in aula di essere in grado di fare ritrovare i resti di D’Andò, resti che sono stati recuperati lo scorso 5 aprile in una zona di campagna in via Del Re ad Arzano.

D’Andò venne ammazzato il 2 febbraio del 2011. Erano i mesi della lotta interna agli Amato-Pagano, erano i mesi della contrapposizione tra il ramo degli Amato e quello dei Pagano. Una guerra scoppiata per via della gestione degli affari del clan all’epoca affidata a Mario Riccio, genero del boss detenuto Cesare Pagano: Riccio, approfittando dell’assenza di un esponente di vertice degli Amato che bilanciasse il suo potere, ridusse gli Amato al rango di meri affiliati, innescando così una tensione tra le due famiglie che determinò anche degli omicidi. D’Andò, fedelissimo degli Amato, venne ucciso proprio perché era uno di quelli che aveva messo in discussione la leadership di Ricci. Fu attirato in trappola in uno dei covi del clan e lì ucciso. (Approfondimenti sulla vicenda saranno disponibili nell’edizione di domani, sabato 25 maggio, del ‘quotidiano digital’ di Giustizia News24, il giornale che si legge da pc, tablet e cellulare – non c’è versione cartacea -. Per abbonarsi basta accedere alla sezione ‘Sfoglia il Quotidiano’. Tutti i giorni nel quotidiano digital sono disponibili approfondimenti sui processi che riguardano Napoli e la provincia, si tratta di notizie inedite che non sono invece disponibili sul sito)

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venerdì, 24 Maggio 2019 - 14:32
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