Delitto Montanino-Salierno, pene definitive Scontro sulla posizione di Angelo Marino: la difesa si riserva di andare al Csm

Il boss Cesare Pagano
di Manuela Galletta

La ricostruzione accusatoria dell’agguato ai danni di Fulvio Montanino e Claudio Salierno, che il 28 ottobre del 2004 segnò l’inizio della prima di camorra all’ombra delle Vele di Scampia e Secondigliano tra lo zoccolo duro dei Di Lauro rimasto fedele al nuovo capo Cosimo Di Lauro e l’ala scissionista guidata dagli Amato-Pagano, diventa verità processuale. Diventa storia di camorra. Ma con una ‘macchia’, quella relativa alla posizione di Angelo Marino, fratello del ras Gennaro Marino, oggetto di un violento scontro nell’udienza al processo di terzo grado che rischia di finire al cospetto del Consiglio superiore della Magistratura.

Nella tarda serata di ieri i giudici della Corte di Cassazione hanno confermato in via definitiva le condanne stabilite un anno fa dai giudici della seconda sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli, che concessero lo sconto di pena a tutti gli imputati in seguito alla loro ‘tardiva’ confessione. Tradotto in numeri, l’iter processuale si è chiuso in via definitiva con la condanna a 30 anni per il boss Cesare Pagano (capo degli Amato-Pagano), il nipote Carmine Pagano, Arcangelo Abete (condannato all’ergastolo, ma non in via definitiva, come mandante dell’omicidio del tatuatore Gianluca Cimminiello, vittima innocente della barbarie della camorra), Antonio Della Corte, Angelo Marino, Gennaro Marino, Ciro Mauriello ed Enzo Notturno. Dovranno scontare 21 anni Rito Calzone, Roberto Manganiello e Francesco Barone (la cui mamma, Carmela Attrice, venne uccisa proprio nei primi mesi della faida perché non volle lasciare le Case Celesti come impostole dal clan Di Lauro che avviò una campagna di ‘espulsione’ dal rione degli scissionisti e dei loro parenti). Condanna a 18 anni per Gennaro Notturno: nonostante il suo pentimento intervenne dopo la sentenza di primo grado e dunque quando la prova era già formata, i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Napoli ritennero di concedergli le attenuanti previste dalla collaborazione con la giustizia. Condanna, infine, anche per Ferdinando Emolo, il solo imputato ad essere affiliato al clan Di Lauro: Emolo deve scontare 11 anni e sei mesi per spari in luoghi pubblico e porto e detenzione illegale di una pistola, con tanto di aggravante della matrice camorristica per- ché – a seguito del duplice omicidio Montanino-Salierno – i Di Lauro seminarono il terrore nelle ‘Case Celesti’.

Adesso si attende il deposito delle motivazioni della sentenza, motivazioni che diventano determinanti soprattutto per la posizione di Angelo Marino, sulla quale si è consumato uno strappo tra i giudici della Corte di Cassazione e gli avvocati Gennaro Pecoraro e Carlo Ercolino. Angelo Marino è stato condannato a 30 anni perché collocato all’interno del commando, perché indicato come uno di quelli che viaggiava su uno degli scooter che raggiunsero e accerchiarono Montanino e Salierno. Nel ricorso presentato dalla difesa avverso la sentenza d’Appello, era stato invece rilevato come Marino avesse sì avuto un ruolo in quel duplice omicidio ma come custode delle armi. Così, nella giornata di ieri, la difesa è tornata a rilevare l’errore di attribuzione di ruolo ad Angelo Marino, chiedendo l’annullamento della sentenza. Anche il sostituto procuratore generale aveva concordato con la difesa, chiedendo egli stesso un nuovo processo per Angelo Marino. Ma in aula gli animi si sono surriscaldati, con conseguente scontro tra i difensori dell’imputato e i giudici, tanto che gli avvocati Pecoraro ed Ercolino hanno fatto mettere a verbale la possibilità di segnalare il caso al Consiglio superiore della magistratura qualora, all’esito del deposito delle motivazioni della sentenza, dovessero ritenere la persistenza dell'”errore” da loro segnalato. I rilievi degli avvocati, oltre all’errore di attribuzione del ruolo dato a Marino, riguardano anche la pena: la Corte d’Assise d’Appello di Napoli diversificò infatti le condanne, infliggendo 21 anni a quelli che materialmente non avevano avuto né ruolo di mandante né di esecutore, ma di supporto in relazione ad altre fasi dell’azioni omicidiaria. Ragion per cui la difesa ritiene sproporzionata la condanna a 30 anni di Marino rispetto al reale ruolo da lui avuto.

L’inchiesta sul duplice omicidio di Fulvio Montanino e Claudio Salierno è stata possibile grazie al contributo di numerosi collaboratori di giustizia, a cominciare da Biagio Esposito, Carmine Cerrato ‘takendò’, Luca Menna e Luigi Secondo che passarono dalla parte dello Stato nel luglio del 2010. Solo a processo già iniziato è intervenuto il pentimento del ras Rosario Pariante, che all’epoca dell’omicidio era detenuto in carcere. Pariante ha spiegato che il duplice omicidio fu deciso proprio in un’aula di Tribunale, mentre era in corso un processo che vedeva anche Pariante imputato. Il pentito ha riferito che, dialogando a gesti con Arcangelo Abete che era seduto in pubblico, si concordò l’attacco diretto a Cosimo Di Lauro, che aveva preso in mano le redini della famiglia Di Lauro: Cosimo Di Lauro perse la fiducia dei ‘senatori’ del clan perché aveva avviato un progetto di svecchiamento del sodalizio, circostanza mal vista da chi, insieme a Paolo Di Lauro, aveva contribuito a fare del clan Di Lauro una macchina da soldi grazie al traffico di sostanze stupefacenti.

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sabato, 22 giugno 2019 - 14:09
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