Processo da pilotare per uno dei Mallardo Intercettazioni contro il giudice Capuano, si interessò per un esito favorevole

Tribunale di Napoli
di Gianmaria Roberti

Quello che segue è un articolo di approfondimento sull’inchiesta che ieri ha portato all’arresto del giudice napoletano Alberto Capuano. L’approfondimento è stato pubblicato sul numero di oggi del quotidiano digitale disponibile, a pagamento, a partire dall’una di notte. Questo articolo fa parte dei numerosi approfondimenti che Giustizia News24 realizza sul quotidiano digitale, disponibile su abbonamento, e che integra l’informazione gratuita offerta sul sito. I contenuti del quotidiano digitale sono raramente disponibili sul sito che è consultabile gratuitamente. 

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L’ombra di un processo da aggiustare, in cambio di soldi. E di una mazzetta assai inferiore a quanto pattuito. C’è anche questo nell’ordinanza del gip di Roma, Costantino De Robbio, eseguita nei confronti del giudice napoletano Alberto Capuano e altri quattro indagati. Tra sospetti inquietanti e corruttori taccagni, sullo sfondo c’è però la camorra. Il gip definisce Giuseppe Liccardo, uno degli arrestati, come «pregiudicato per associazione per delinquere di stampo mafioso». Gli inquirenti lo ritengono vicino al clan Mallardo di Giugliano, potente cosca dell’Alleanza di Secondigliano, appena colpita dal maxi blitz con 126 arresti.

La magistratura non contesta agli indagati l’aggravante mafiosa. Ma il quadro investigativo mostra il 30enne Liccardo in ansia, per un processo a carico suo e dei familiari. Giuseppe e Luigi Liccardo, con la madre Giuseppina Granata, sono imputati per trasferimento fraudolento di valori. Il processo doveva chiudersi il 25 giugno scorso, prima della decisione di rinviare l’udienza. Per la procura di Roma, Capuano garantiva un intervento sul collegio, per arrivare ad una sentenza assolutoria. A far da intermediari fra Liccardo e il giudice arrestato, gli altri due presunti vertici del «sistema corruttivo»: il consigliere municipale Antonio Di Dio e l’imprenditore Valentino Cassini. Capuano accetterebbe la promessa di 70mila euro, quale prezzo della corruzione. «In una successiva conversazione del 7 maggio – si legge nel provvedimento-, Di Dio sarà ancora più esplicito riferendo a Cassini che Capuano aveva fretta come loro di definire la vicenda processuale Liccardo perché anche lui “tiene interessi” avendo bisogno dei soldi per la vacanza». Lo stesso giorno il politico vedrebbe Liccardo. «Sicuro del buon esito della vicenda – scrive il gip di Roma – e contrariamente all’invito alla prudenza di Capuano, (Di Dio, ndr) rivolgeva loro un’esplicita richiesta di denaro, dicendo che “lui” (che non può che essere Capuano) voleva “20 adesso e 50 dopo la sentenza”». Una torta così divisa. «I “venti” da dare subito – chiarisce l’ordinanza -sarebbero stati destinati, secondo le istruzioni che Di Dio aveva ricevuto (o millantava di avere ricevuto) da Capuano, al giudice componente del collegio. Liccardo acconsentiva e due si accordavano che l’imputato avrebbe preso i soldi e li avrebbe di lì a breve consegnati a Di Dio». Il progetto, secondo gli investigatori, resta in piedi anche di fronte ad un imprevisto. Il pensionamento del presidente obbliga a mutare il collegio, la cui ultima udienza  – in origine – doveva tenersi il 23 aprile. Ma Capuano tranquillizzerebbe tutti: «Con una persona del Collegio mio, comunque – spiega a Di Dio in un dialogo intercettato – io ci posso parlare perché io comunque ci ho, ci ho una mosca bianca: io gli chiedo a lui una cosa e loro chiedono a lui, chiedono a me e io chiedo a lui». Il giudice De Robbio sostiene: «A tale scopo, Capuano asseriva di avere già avuto rassicurazioni da uno dei componenti del collegio (nella nuova composizione) e che si sarebbe informato per sapere chi erano gli altri due ed eventualmente parlare anche con loro». Forte di questa certezza, «il Capuano – aggiunge l’ordinanza – dava incarico a Di Dio di contattare gli imputati per rassicurarli dicendo loro di stare tranquilli anche se avevano visto cambiare il Presidente che sapevano avvicinato, perché “stavano seguendo un’altra strada”». E il consigliere municipale eseguirebbe la missione, in un incontro con Liccardo, captato dalle cimici. «Mi ha detto – così Di Dio si rivolge al pregiudicato-: di’ ai ragazzi che stiano tranquilli (…) il presidente è una cosa loro, già sa tutte cose, ok? (…) però già aveva parlato con il nuovo collegio, il presidente è una cosa solo con loro. Già sanno tutto.

Anche se l’avvocato ti ha detto la prescrizione, loro devono uscire assolti a te e a tutta la famiglia, sarete assolti, punto». Il gip di Roma osserva che «Liccardo, preso atto delle notizie, specificava che non voleva solo l’assoluzione per sé e per tutti gli imputati della sua famiglia ma anche il dissequestro dei beni, ottenendo anche in questo caso esplicita rassicurazione dal Di Dio: ‘E’ automatico che ti ridanno i beni, è chiaro che quando vieni assolto ti ridanno pure i beni, è abbinato hai capito?’». Qualcosa però non andrebbe secondo i piani. L’8 maggio Di Dio contatta Cassini per «preannunciargli che avrebbe ritirato i soldi la sera stessa e dandogli dunque appuntamento per consegnargli la sua parte». Ma da una «successiva conversazione del 9 maggio, tuttavia, si apprendeva che Di Dio era riuscito a farsi dare da Liccardo solo 3000 euro, somma che considerava “irrisoria” rispetto a quanto preteso». In ogni caso, le ambientali registrano «l’operazione materiale di divisione del denaro tra Di Dio e Cassini», all’interno di un’auto.

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giovedì, 4 Luglio 2019 - 14:24
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