Giustizia lumaca, chiesto risarcimento: solo due udienze a sei anni dal blitz su un traffico d’oro tra Svizzera e Italia

Tribunale

I «processi lumaca» non solo si riflettono sulla vita degli imputati e delle vittime che attendono giustizia. Ma hanno ricadute pesanti anche sulle casse dello Stato. Sì, perché la violazione del termine ragionevole del processo (secondo la legge Pinto) espone lo Stato a dovere risarcire chi resta intrappolato nella macchina processuale. Condanne in tal senso ce ne sono già state ed anche la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo è dovuta troppe volte intervenire su ricorsi presentati da cittadini italiani per i tempi biblici della giustizia.

Ebbene, alla triste e impietosa statistica dei processi lumaca si aggiunge adesso un’altra storia che arriva dalla Toscana. Pochi giorni fa un gruppo di imputati difesi dagli avvocati Irene Lepre e Donato Laino di Napoli, ha depositato un ricorso alla corte di appello di Firenze, sezione civile, chiedendo al Ministero della Giustizia l’equa riparazione del danno per violazione del termine ragionevole del processo. Gli imputati in questioni rispondono di riciclaggio nella compravendita di metallo prezioso, contestazione mossa nell’ambito dell’inchiesta ‘Fort Knox’ – coordinata dalla procura di Arezzo e condotta dalla guardia di finanza – che alzò il velo su un traffico di oro tra Italia e Svizzera. Il processo è cominciato ma ad oggi sono state celebrate solo due udienze e sono trascorsi ben sei anni e otto mesi dal primo atto noto agli indagati (ottobre 2012).

Per i due difensori, che considerano sia il danno morale sia il danno materiale subito da aziende orafe di Portici (Napoli), il danno chiesto al Ministero ammonterebbe a circa 850.000 euro. Gli avvocati Lepre e Laino assistono nel processo pendente al tribunale di Arezzo gli imputati Luigi Borrelli, Gianfranco Borrelli, Pietro Borrelli, Agnese Borrelli e Gianluca Ronconi. «Abbiamo presentato ricorso – hanno spiegato i due legali – perché sono trascorsi circa sei anni e mezzo da quando furono sequestrati a costoro più di 12 milioni di euro ed ancora non si è celebrato il processo di primo grado. Negli anni sono state restituite delle somme ma gli imputati si vedono ancora sequestrati più di 8 milioni di euro. Hanno deciso di difendersi nel processo ma il ritardo della celebrazione ha prodotto a loro, soprattutto alle loro aziende, rilevanti danni economici per cui sono stati costretti a porre in liquidazione le società».

Gli imputati, accusati di riciclaggio di metalli preziosi, vennero a conoscenza delle indagini con la perquisizione del 30 ottobre 2012 e con un sequestro preventivo dell’8 novembre 2012. Il procedimento si è poi trascinato nel tempo. Nel ricorso alla corte di appello si evidenzia, tra l’altro, che «dalla richiesta di rinvio a giudizio al decreto che dispone il giudizio al netto delle sospensioni trascorsero quasi 2 anni: una durata talmente irragionevole da eguagliare il termine massimo indicato dalla Corte Edu per il compimento di un giudizio più complesso di primo grado» mentre i tre anni di durata massima del primo grado sono decorsi già all’8 novembre 2015 con un ritardo destinato a dilatarsi all’infinito. L’udienza in programma nella giornata di ieri è slittata. Disposto un rinvio lunghissimo: si torna in aula a maggio 2020.

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mercoledì, 10 luglio 2019 - 11:23
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