Carabiniere ucciso a Roma, al momento dell’operazione Rega non aveva la pistola: l’arma chiusa nell’armadietto

Nel riquadro il carabiniere Mario Cerciello Rega

Una conferenza stampa per provare a riannodare i fili di una storia che presenta molti punti chiari. Ma, più che fare chiarezza, il momento di incontro voluto dalla procura della Repubblica di Roma sull’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega offre nuovi interrogativi. La mattina della sua morte, la mattina dell’intervento nel quartiere Prati, il vicebrigadiere di Somma Vesuviana non era armato. Aveva con sé solo le manette. E per questa ragione non ha avuto alcuna possibilità di provare a difendersi, se non a mani nude, dalla brutale aggressione di chi gli ha sferrato ben 11 coltellate togliendogli la vita. «La pistola del vice brigadiere Mario Cerciello Rega l’abbiamo trovata nel suo armadietto in caserma, con sé aveva solo le manette. Il motivo non lo conosciamo», ha spiegato il comandante provinciale dei carabinieri di Roma Francesco Gargaro.

La pistola, invece, ce l’aveva il collega di Rega, Andrea Varriale, che non è ancora tornato in servizio. «È provato. Non auguro a nessuno di vedere un collega morire. Attualmente sta ultimando i sei giorni di malattia dati dal referto. Tornerà in servizio. Ha riportato alcune contusioni e graffi al collo», ha aggiunto Gargano.

Il comandante provinciale dei carabinieri ha poi provato a spiegare il perché Rega e Varriale abbiano agito da soli: «Nei paraggi c’erano 4 pattuglie, ma non visibili per non far saltare l’operazione. Dopo l’allarme del carabiniere Varriale sono intervenute immediatamente». Né, quelle pattuglie, sarebbero potute intervenire prima perché «non potevano udire le urla di Cerciello Rega che sono state sentite soltanto dal Varriale», ha precisato Gargaro. (seguono altri aggiornamenti)

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martedì, 30 Luglio 2019 - 13:35
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