Militari italiani schiavi di Hitler, risarcimento per 33 internati

Ruberto Ezechia
Ruberto Ezechia è stato uno dei militari italiani internati dai nazisti.
di Tina Raucci

«Per i tedeschi i soldati italiani divennero il nulla». Alessandro Mortari ha scolpiti nella memoria i racconti e gli aneddoti della Seconda Guerra Mondiale che suo padre Renato gli ha tramandato. Era l’8 settembre del 1943 quando il Governo Badoglio stipulò un armistizio con gli alleati. Da allora i nazisti considerarono i soldati italiani alla stregua di traditori e, di fatto, li resero prigionieri di guerra costringendoli a sofferenze e lavori forzati.
A distanza di decenni da quegli avvenimenti storici la giustizia fa il suo corso: lo scorso 15 luglio il Tribunale civile di Brescia, prima sezione, ha condannato la Repubblica Federale Tedesca a risarcire un gruppo di 33 ex militari italiani – tutti mantovani per l’esattezza – deportati nei lager della Germania nazista dopo l’8 settembre 1943.

A seconda della durata della detenzione, il risarcimento varia dai 30 ai 40mila euro. Una sentenza a cui non tutte le parti lese possono oggi assistere: dei soldati italiani pochi sono oggi ancora in vita. «Dell’indennizzo interessa relativamente, ciò che conta è che venga fatta giustizia e venga riconosciuta la verità», dice Alessandro Mortari. Un pensiero, il suo, condiviso dalle famiglie, dai figli di altri militari, che in udienza hanno rappresentato i soldati non più in vita. E chissà come avrebbero reagito molti di loro alla notizia che l’Italia, la nazione che li aveva chiamati alle armi, si è schierata a fianco della Germania in sede processuale. «Nessun governo italiano che si è succeduto fino ad ora dal 2007 ci ha aiutato», spiega l’avvocato mantovano Giulio Arria, che con il collega Joachim Lau di Firenze ha seguito la causa per conto degli ‘ex schiavi di Hitler’.

«Lo Stato italiano si è costituito in giudizio sostenendo le tesi tedesche, come il fatto che non ci fossero prove che i nostri assistiti fossero stati deportati nei lager e avessero lavorato come schiavi – dice Arria – Eppure, noi abbiamo portato le prove. Veramente imbarazzante». Non si è costituita in giudizio invece la Germania, dal momento che non riconosce la giurisdizione dei tribunali italiani circa i crimini di guerra compiuti dai tedeschi durante il secondo conflitto mondiale. In solido con lo Stato tedesco, l’Italia è stata condannata a versare 140mila euro di spese processuali. Dato che la sentenza è immediatamente esecutiva «cercheremo di pignorare dei beni dello Stato tedesco che non abbiano fini istituzionali, ma sarà difficile individuarli», conclude il legale di Mantova.

‘Imi’: internati militari italiani. Questa era la sigla con cui i soldati nazisti ridevano, e non applicavano, le disposizioni della convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra. I soldati italiani, infatti, non erano soggetti né ai controlli della Croce Rossa né alle cure sanitarie occorrenti. La testimonianza tramandata da Renato Mortari al figlio Sandro era per l’ex militare una ferita aperta: «Mio padre fu catturato a Cremona nel settembre del ‘43. Fu di fatto condannato dalle truppe tedesche ai lavori forzati, prima in Polonia poi in una fabbrica vicino Stoccarda. Non poteva assolutamente sottrarsi alle direttive naziste. Lui e gli altri militari lavoravano tutto il giorno, schiavizzati, senza nemmeno cibo da metter sotto i denti. Mio padre mi raccontava che spesso gli toccava mangiare ciò che trovava nella spazzatura, dagli avanzi dei tedeschi». Nemmeno il ritorno a casa di Renato ha rimarginato quella ferita: «Mio padre è sempre rimasto segnato nel profondo della sua coscienza. Degli anni dei lavori forzati parlava poco, quando lo faceva non tutti gli credevano. E per lui era doloroso, tanto», prosegue Sandro. «Era rimasto talmente scosso dalle sofferenze impartite dai nazisti che, se gli capitava di guardare film di guerra, faceva incubi durante la notte. E parlava nel sonno, in tedesco», rivela.

Per Renato Mortari e gli altri ex soldati mantovani sembrò aprirsi uno spiraglio nel 2007, quando Spartaco Gamba iniziò una raccolta di adesioni per far valere i loro diritti e intentare una causa direttamente alla Germania. Spartaco Gamba: un nome che ricorre spesso nei racconti delle parti al processo, il motore di quest’azione giudiziaria è stato proprio lui. Vicesindaco di Mantova dal 1965 al 1974, Gamba era un socialdemocratico convinto, nonché “schiavo di Hitler” che in tutti i modi ha cercato di far giustizia per chi, come lui, dalla storia e dai trattati di pace è stato dimenticato.

Ma quelle sofferenze, violenze e soprusi è impossibile cancellarli, nonostante l’avanzare del tempo e dell’età: «No, dall’Italia non ho mai ricevuto nulla», le parole di Erino Alberti, ex internato militare ancora in vita, rimbombano forti nonostante il tono basso di voce. «I nazisti mi hanno costretto ai lavori forzati per ben 2 anni, lungo un canale al confine precisamente. Dovevamo creare una barriera per bloccare il passaggio degli Alleati. Dovevo alzarmi molto presto, fare tanta strada e farmi trovare al canale per le 8. Si lavorava sotto il sole o al gelo senza pause, si finiva alle 5 del pomeriggio e non sempre si mangiava. Se eravamo fortunati ci veniva dato un piccolo panettone da dividere in 3», racconta Erino, scavando nelle vicissitudini che la sua memoria vuole allontanare.

I segni delle violenze naziste non hanno mai abbandonato nemmeno la coscienza e l’animo di Ezechia Ruberto: «Mio padre non ha mai smesso di soffrire per quanto ha dovuto subire. Faceva fatica a parlare degli anni di prigionia in Germania, ma mi raccontava che lavorava tantissimo, senza interruzioni. La sua attività si svolgeva in una fabbrica tedesca, senza cure e senza sostentamento. Quando tornò a Mantova, alla fine della guerra, pesava meno di 35 kili. Era irriconoscibile, il ritorno alla vita normale è stato un’esperienza molto dura», testimonia il figlio Antonio. Dalle parole del figlio Rino, si apprende anche l’esperienza dell’ex Imi Cesare Frizzelli: «Mio padre fu catturato ad Atene negli anni ‘40 e da allora fu costretto dai tedeschi a lavorare senza sosta presso l’altoforno di un’acciaieria, al nord della Germania. In realtà scoprì il motivo di quella scelta più tardi: in quell’impianto un soldato tedesco ci aveva rimesso la vita, morendo ustionato. I nazisti non potevano rischiare di perdere un altro militare connazionale, quindi lo rimpiazzarono con un internato italiano, la cui vita non valeva per loro nulla», racconta Rino Frizzelli.

«Erano tanto stremati che, quando mio padre e gli altri soldati italiani pelavano le patate, di vedevano costretti a nascondere le bucce sotto terra. Sarebbero state il loro pasto quando i nazisti non lo fornivano», sono i particolari che riemergono nella sua mente dalla testimonianza di suo padre. Quando Cesare Frizzelli fu liberato dagli alleati era svanito, non capiva cosa stesse succedendo e se effettivamente di quelle truppe americane potesse fidarsi: «Mio padre ed altri soldati percorsero kilometri e kilometri a piedi, per intere giornate, ma riuscirono senza mezzi a raggiungere Verona. La guerra era finita» conclude Rino.
La vicenda non è chiusa: sempre al tribunale civile di Brescia pende la causa di altri 48 ex Imi mantovani, curata sempre da Arria e Lau, la cui sentenza viene ritenuta imminente.

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sabato, 3 agosto 2019 - 14:29
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