Carabiniere ucciso, la ‘verità’ del militare che scattò la foto incriminata: «Indagato bendato perché dava testate»


Nessuna volontà di umiliare o di vendicarsi di Christian Gabriel Natale Hjorth a poche ore di distanza dall’arresto per il concorso nell’omicidio del carabiniere di Somma Vesuviana Mario Cerciello Rega. Se il giovane californiano fu sistemato su una sedia con le mani dietro la schiena legate dalle manette e con una benda sugli occhi, è perché «aveva iniziato a tentare di dare testate anche contro il muro e contro i computer».

A un mese di distanza dalle polemiche scoppiate in seguito alla pubblicazione-denuncia della foto da parte degli organi di informazione, arriva la versione del carabiniere iscritto nel registro degli indagati per rivelazione del segreto d’ufficio perché fotografò Gabriel Natale Hjorth legato bendato. La spiegazione è fermata nero su bianco in una memoria depositata ieri a piazzale Clodio dall’avvocato Andrea Falcetta e corredata dalla richiesta di interrogatorio.

Nella memoria il militare ricostruisce le ore successive all’omicidio del collega, colpito con 11 coltellate da Finningan Lee Elder. Il maresciallo afferma di aver appreso della morte di Cerciello intorno alle 5.40 del 27 luglio dalla telefonata di un collega. Aggiunge di aver partecipato alle ricerche dei responsabili, su ordine del proprio comandante di Compagnia. L’indagato spiega, inoltre, che “a caldo” si era diffusa la falsa notizia che gli aggressori fossero due magrebini, pregiudicati per droga. Quindi riferisce di come, dai minuti successivi alla morte di Cerciello, «centinaia di messaggi e di foto di pregiudicati» vennero scambiate nella chat, composta da 18 carabinieri, tra cui lui stesso: tutti carabinieri con incarichi operativi, di varie regioni italiane.

Una iniziativa – ha sostenuto – presa per aiutare le indagini, fornendo gli identikit di spacciatori, scambiando dati sensibili riguardanti i possibili sospettati (ritenuti ancora di origine magrebina) e aggiornarsi reciprocamente sugli sviluppi dell’attività investigativa. Nella memoria si afferma, inoltre, che quando i due americani vennero fermati, la notizia fu subito condivisa sulla chat. Il maresciallo li condusse, insieme ad altri militari, nella caserma di via In Selci. In questo frangente riportò anche delle ferite al volto perché colpito dalle testate di uno dei due giovani. Lo stesso fermato, secondo la ricostruzione del sottufficiale indagato, avrebbe continuato a dare testate anche in caserma e quindi venne bendato – non dal maresciallo, ma da un altro carabiniere – condotta che sarebbe stata approvata dai due ufficiali presenti, secondo cui si sarebbe trattato di un legittimo e proporzionato utilizzo di “strumenti di contenimento” per evitare che il giovane facesse male agli altri e a se stesso.

«All’ingresso nella Caserma – si spiega nella memoria – costui aveva iniziato a tentare di dare testate anche contro il muro e contro i computer, e venne perciò bendato da altro e diverso militare per un tempo di 4 o 5 minuti che si rivelò fortunatamente sufficiente ad interrompere i suoi atteggiamenti aggressivi e di autolesionismo». Una decisione avvallata – secondo la memoria difensiva – anche da due ufficiali, un capitano ed un maggiore, «la cui presenza rassicurò tutti gli operanti», compreso il maresciallo, sul fatto che «tale precauzione costituisse senza alcun dubbio un legittimo e proporzionato utilizzo di ‘strumenti di contenimento’» nei confronti dell’arrestato sia per prevenire lesioni verso gli operanti che gesti di autolesionismo. Così come previsto dalla scriminante prevista dall’articolo 53 del codice penale – annota l’avvocato Falcetta – e «certamente ben consapevoli i suddetti ufficiali, insieme a tutti gli operanti, che gli esiti visibili di eventuali atti di autolesionismo da parte dell’arrestato avrebbero essi si, ben più della benda, influenzato in senso negativo l’utilizzabilità in sede procedimentale delle dichiarazioni spontanee rese nell’immediatezza del fatto».

Scettico, rispetto alla spiegazione sulla necessità di bendare il ragazzo, è l’avvocato del ragazzo californiano: «Che le manette vengano utilizzate a fine di contenimento sarebbe plausibile, ma in tanti anni di professione non mi è mai capitato di veder utilizzato il bendaggio per evitare che un fermato ‘faccia male a se stesso o ad altri’», ha commentato l’avvocato Petrelli. «Senza entrare nel merito di una indagine che è ancora in corso – ha aggiunto il legale – diciamo solo che se tale giustificazione è autentica e l’affermazione corrisponde al senso comune la cosa non può che destare qualche sorpresa e qualche perplessità».

In questa fase è stata scattata la foto a Gabriel Natale Hjorth , poi condivisa nella chat («sapendola riservata unicamente a carabinieri»), sia per «rassicurare tutti» che i due erano stati arrestati, sia per «far notare che l’informazione inizialmente fornita» dal carabiniere Andrea Varriale, che quella notte era in servizio con Cerciello, sulla nazionalità degli aggressori “fosse totalmente inesatta”. Il giovane americano si era poi calmato ma «già da tempo era stato liberato dalla benda». Per quanto riguarda, infine, il filone principale dell’inchiesta venerdì il Ris procederà ad analizzare gli indumenti di Cerciello e Varriale repertati la sera del 26 luglio.

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mercoledì, 28 Agosto 2019 - 14:00
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