Camorra, il debutto del boss pentito D’Amico: prima deposizione al processo in Appello contro il gotha del sodalizio

omicidio MIgnano
L'omicidio di Luigi Mignano, ucciso nel rione Villa a San Giovanni a Teduccio (foto Kontrolab)

Il debutto ufficiale da pentito del boss Umberto D’Amico, passato dalla parte dello Stato pochi mesi fa, potrebbe arrivare tra poche settimane. E potrebbe arrivare nel processo che vede imputati i suoi fratelli e altri personaggi di spicco della cosca per i reati, contestati a vario titolo, di associazione di stampo mafioso, estorsione e traffico di droga.

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Il 20 settembre i giudici della prima sezione penale della Corte d’Appello di Napoli dovranno decidere se riaprire l’istruttoria dibattimentale, come chiesto dal sostituto procuratore generale Parisi, proprio per ascoltare Umberto D’Amico.

Il rappresentate della pubblica accusa aveva già tirato le somme del processo lo scorso 8 aprile chiedendo confermare nella sostanza e nella forma le condanne stabilite il 30 settembre del 2016 nei confronti di 15 imputati all’esito del dibattimento incardinato dinanzi ai giudici della prima sezione penale del Tribunale di Napoli (presidente Francesco Pellecchia); solo per Antonio Boccia è stata invocata una riduzione di pena. Tradotto in numeri, il pg chiese 30 anni di carcere per Luigi D’Amico, accusato di camorra, droga ed estorsione; 27 anni per Gennaro D’Amico; 19 anni per Salvatore D’Amico ‘o pirata. I tre fratelli sono stati a capo della cosca almeno fino al 14 giugno del 2011 quando scattò il blitz a corollario dell’inchiesta poi divenuta oggetto dell’attuale processo.

Il pg ha chiesto inoltre la conferma a 26 anni e 6 mesi per Ciro Ciriello, fedelissimo dei D’Amico; 10 anni per Vincenzo Acampa, 13 anni per Gennaro Improta, 13 e mezzo per Giovanni Improta, 12 anni per Umberto Luongo, 13 anni e sei mesi di carcere per Antonio e Luigi Marconicchio, stessa pena per Maria e Salvatore Marigliano, Marco Notturno e Luigi Varlese.

L’unico sconto di pena venne proposto per Antonio Boccia, che in primo grado fu condannato a 11 anni di reclusione: il pg chiese la condanna dell’imputato a otto anni. Su questo processo tutti gli imputati sono a piede libero per decorrenza dei termini (di fase) di custodia cautelare. Salvatore D’Amico, che materialmente venne scarcerato nel giugno del 2015, è stato riarrestato nel maggio dello scorso anno per le accuse di estorsione da 2mila euro, una tentata estorsione e un tentativo di autoriciclaggio, reati entrambi aggravati dalla matrice camorristica. D’Amico finì in manette in esecuzione di un decreto di fermo spiccato dal pubblico ministero antimafia antimafia Antonella Fratello, decreto che venne poi convertito in ordinanza di custodia cautelare in carcere dal giudice per le indagini preliminari Marcopido del Tribunale di Napoli.

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Umberto D’Amico è passato a collaborare a collaborare con la giustizia circa un mese dopo il suo arresto, come mandante, dell’omicidio di Luigi Minano, il cognato del boss Ciro Rinaldi ammazzato davanti la scuola dell’infanzia al rione Villa a San Giovanni a Teduccio mentre stava accompagnando il nipotino. Nell’agguato rimase ferito anche il figlio Pasquale. Gli arresti scattarono un mese dopo. Le indagini si indirizzarono immediatamente sul clan e lungo la direzione della guerra di camorra tra i D’Amico e i Rinaldi perché sui D’Amico era già in corso un’altra attività di indagine che aveva portato gli inquirenti ad intercettare alcuni esponenti apicali del sodalizio.

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lunedì, 2 Settembre 2019 - 17:10
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