Camorra, inchiesta sull’omicidio del boss Nunzia D’Amico: l’uomo dei De Micco non risponde alle domande del gip

La procura di Napoli

Inchiesta sull’omicidio della lady camorra Nunzia D’Amico avvenuto a Ponticelli il 10 ottobre del 2015, il 30enne Antonio De Martino – unico destinatario di misura cautelare rispetto al delitto – compare dinanzi al gip per l’interrogatorio di garanzia ma si avvale della facoltà di non rispondere. Assistito dagli avvocati Leopoldo Perone e Antonio Rizzo, De Martino – che è già detenuto per altro nel carcere di Secondigliano e ha sulle spalle una condanna, non definitiva, all’ergastolo per l’omicidio di Salvatore Solla – ha scelto per il momento di non contestare le accuse, a suo carico, di omicidio premeditato, detenzione e porto illegale di arma comune da sparo e ricettazione, con l’aggravante della matrice camorristica per avere agito al fine di agevolare il clan De Micco.

Le accuse poggiano sulle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, entrambi ex malavitosi del clan De Micco: Rocco Capasso e Nunzio Daniele Montanino. Dichiarazioni che il gip – firmatario dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere – ha definito dotate di «attendibilità», «precisione, coerenza e costanza» e «di rilevanti riscontri oggetti, soggettivi ed individualizzanti». L’interrogatorio di garanzia si è tenuto nella giornata di ieri, venerdì 27 settembre, nella sala colloqui del carcere di Secondigliano. La difesa adesso punta al Tribunale del Riesame.

L’omicidio di Nunzia D’Amico si inserisce nella guerra di camorra scoppiata nel gennaio del 2013, con il duplice omicidio di Gennaro Castaldi (dei D’Amico e obiettivo del raid) e di Antonio Minichini (figlio di Anna De Luca Bossa e Ciro Minichini), tra i De Micco e i D’Amico. I De Micco, che puntavano ad accaparrarsi il controllo di tutti gli affari illeciti su Ponticelli in seguito all’uscita dei Sarno (spazzati via dagli arresti e dai pentimenti dei suoi esponenti di vertice), pretendevano che tutti i gruppi criminali autoctoni corrispondessero loro una quota sulle attività di droga ed estorsive. I D’Amico, che avevano la propria roccaforte nel rione di edilizia popolare denominato Conocal, opposero però una strenua resistenza. Resistenza che provocò l’inizio della faida e che fu spenta definitivamente con l’omicidio di Nunzia D’Amico.

La donna, che aveva preso in mano le redini del clan a causa della detenzione dei suoi fratelli, fu assassinata sotto casa. Il killer la inseguì e le esplose contro 15 colpi di pistola. L’ultimo colpo fu esploso alla testa della donna. Secondo la ricostruzione accusatoria, a sparare fu proprio Andrea De Martino, affiliato ai De Micco. Un altro uomo del clan, Flavio Salzano, avrebbe invece predisposto l’agguato: non è stato raggiunto da misura perché è stato ammazzato dal suo stesso sodalizio il 30 agosto del 2016 mentre era latitante.

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sabato, 28 Settembre 2019 - 11:57
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