Amianto all’Alfa Romeo di Arese, la Corte sulle assoluzioni per la morte di 11 operai: «Troppe incertezze scientifiche»

Tribunale aula

C’è una «assoluta incertezza scientifica in relazione alla durata del periodo di induzione e alla sua collocazione temporale nell’ambito del complesso meccanismo della cancerogenesi da amianto» e, in alcuni casi, non si è potuto nemmeno attribuire con «la necessaria certezza il decesso ad esposizione da amianto». E’ con queste parole che i giudici della Corte d’Appello di Milano spiegano perché, lo scorso 24 giugno, hanno confermato le assoluzioni (già disposte in primo grado nel maggio 2017 dal giudice monocratico Braggion) per gli ex vertici ed ex manager di Fiat, Alfa Romeo e Lancia, che rispondevano della morte di 11 operai stroncati da forme tumorali provocate.

Secondo l’accusa, gli operai si era ammalati per essere entrati in contatto con l’amianto quando lavoravano negli stabilimenti dell’Alfa Romeo di Arese (Milano), tra la metà degli anni ’70 e i primi anni ’90. In particolare l’assoluzione aveva riguardato l’ex ad di Fiat Auto Paolo Cantarella, per l’ex presidente Fiat Giorgio Garuzzo, per l’ex presidente di Lancia Industriale Pietro Fusaro, l’ex ad di Alfa Lancia Industriale Giovanni Battista Bazzelli e l’ex ad di Alfa Romeo Vincenzo Moro: a loro era contestato il reato di omicidio colposo perché, sosteneva l’accusa, non avevano adottato le necessarie misure di prevenzione per proteggere i lavoratori dal rischio amianto: la procura che aveva istruito il caso riteneva che i comportamenti dei manager erano stati di «assoluta mancanza di cautele nella linea di produzione nonostante si sapesse che l’amianto era una sostanza pericolosa prima ancora dell’entrata in vigore della legge 275 del 1992 che metteva fuori legge l’amianto come materiale altamente cancerogeno».

Il sostituto procuratore Nicola Balice aveva chiesto condanne per gli ex manager fino a 8 anni di reclusione: in particolare, aveva proposto 6 anni per l’ex ad di Fiat Auto Paolo Cantarella, 5 anni per l’ex presidente Fiat Giorgio Garuzzo, 8 anni per l’ex presidente di Lancia Industriale spa Pietro Fusaro e rispettivamente 5 e 8 anni per due ex ad di Alfa Romeo.

La Corte (presidente Monica Fagnoni), si legge nelle oltre 80 pagine di motivazioni, ha ritenuto che per molti dei lavoratori morti «vi siano dubbi sull’effettiva esposizione (all’amianto, ndr) contestata» e «in ogni caso per ciascuna posizione» il dibattimento «ha consentito di identificare periodi di esposizione alternativi, vuoi perché intervenuti presso aziende diverse da Arese, vuoi perché verificatisi in ambito extraprofessionale, vuoi perché seppure eventualmente occorsi» negli stabilimenti di Arese gli ex manager imputati «non ricoprivano la posizione di garanzia» contestata dall’accusa, coi conseguenti obblighi di tutela sugli operai.

I giudici, dunque, chiariscono che, da un lato, ci sono «concrete e valide ipotesi causali alternative» e, dall’altro, c’e’ la «insussistenza di una teoria sufficientemente accreditata e consolidata nel mondo scientifico in ordine all’esistenza di un effetto acceleratore» dell’esposizione. Non si possono, quindi, “identificare” per ciascuna lavoratore «le esposizioni eziologicamente rilevanti e ritenere provata oltre ogni ragionevole dubbio, anche sul piano individuale, la sussistenza di una relazione causale tra le condotte contestate e gli eventi lesivi». La Procura generale valuterà, adesso, se presentare ricorso per Cassazione. Nel processo erano parti civili anche i familiari degli operai deceduti, coi loro legali tra cui, tra gli altri, gli avvocati Paolo Maria Cassamagnaghi e Luigi Michele Mariani.

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martedì, 1 Ottobre 2019 - 17:00
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