Cucchi, chiesti 18 anni per i due carabinieri che lo massacrarono di botte in caserma

Stefano Cucchi

L’atto finale della requisitoria al processo sull’omicidio di Stefano Cucchi, il geometra romano pestato nella caserma dei carabinieri Appia dopo l’arresto per droga e morto all’ospedale Sandro Pertini una settima dopo, si conclude con quattro richieste di condanna. Tutte pesantissime. Le pene più severe sono state chieste per due carabinieri che rispondono di omicidio preterintenzionale: 18 anni sono stati proposti sia per Raffaele D’Alessandro (di Villaricca) che per Alessio Di Bernardo, che colpirono selvaggiamente Cucchi solo perché il 31enne si rifiutò di sottoporsi al fotosegnalamento.

Proposta, invece, l’assoluzione dall’accusa di omicidio preterintenzionale per Francesco Tedesco, il carabiniere che era presente nella stanza del pestaggio e che provò a fermarli: pochi mesi fa Tedesco ha deciso di rompere il muro del silenzio e ha ricostruito cosa è accaduto la sera del 15 ottobre del 2009 nella caserma dei carabinieri. Nei confronti di Tedesco sono stati però chiesti tre anni e mezzo per falso e il non luogo a procedere, per intervenuta prescrizione del reato, per calunnia. «Si è tratto di un pestaggio violentissimo in uno stato di minorata difesa. Sono due le persone che lo aggrediscono. Colpito quando era già a terra con calci in faccia, di questo stiamo parlando. La minorata difesa deriva dal suo stato di magrezza», ha spiegato il pm Musarò.

Una pena più bassa è stata proposta per il maresciallo Roberto Mandolini (all’epoca dei fatti comandante interinale della stazione Appia) che risponde di falso e calunnia: il pm ha chiesto 8 anni anni per Mandolini ma per il solo reato di falso e il non luogo a procedere, per intervenuta prescrizione, per il reato di calunnia. Solo di calunnia nei confronti di agenti della polizia penitenziaria (sui quali i carabinieri provarono a scaricare le colpe del pestaggio innescando un primo processo poi conclusosi con un’assoluzione) risponde il militare Vincenzo Nicolardi: il pm ha chiesto il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione del reato.

Per il pm non vi sono dubbi che quel pestaggio ha innescato una serie di condizioni per le quali Cucchi, una volta ricoverato in ospedale mentre era in stato di arresto, ha rifiutato di bere e di mangiare morendo di stenti. E’ «impossibile dire che non ci sia un nesso di causalità tra il pestaggio subito e la morte di Stefano Cucchi – ha spiegato il magistrato inquirente – Unica spiegazione medico-legale su causa morte che ha una dignità è quella del riflesso vagale bradicardizzante. I periti parlano di multifattorialità a produrre la morte di Cucchi. E tutti i fattori hanno un unico denominatore: sono connessi al pestaggio, sono connessi al trauma subito da Cucchi».

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giovedì, 3 ottobre 2019 - 14:07
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