Strage bus ad Avellino, si torna in aula: possibile riapertura del caso in Appello,
un imputato non disse la verità

La strage per via del bus precipitato a Monteforte Irpino nel 2013 (foto Kontrolab)

Un manager di Autostrade per l’Italia mentì durante il processo di primo grado sulla strage del bus bus precipitato dal viadotto Acqualonga, sull’autostrada A16 Napoli-Canosa, il 28 luglio 2013. La circostanza, emersa da un’intercettazione legata all’inchiesta di Genova sui report alterati relativi allo stato di salute dei viadotti in Italia, potrebbe incidere sul processo di secondo grado. La prima udienza in Corte d’Appello a Napoli è fissata per il 17 dicembre: in quella sede potrebbe essere chiesta la rinnovazione dibattimentale per valutare proprio gli elementi emersi dall’inchiesta di Genova e venuti alla luce poche settimane fa, comunque dopo la presentazione del ricorso da parte della procura avverso la sentenza di primo grado.

Il manager dell’intercettazione è Paolo Berti, ex direttore di tronco condannato in primo grado a cinque anni e sei mesi. Nella conversazione con l’ex responsabile delle manutenzione di Autostrade, Michele Donferri Mitelli, Berti si lamentava della condanna subita asserendo che avrebbe potuto dire la verità e rovinare così altre persone. Un’affermazione che in secondo grado potrebbe essere scandagliata, soprattutto per capire di quale verità Berti stesse parlando e quali altre persone siano state in qualche modo tutelate dal suo silenzio.

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Oltre a Berti, in primo grado vennero condannate altre sette imputati. Gli assolti furono sette, tra loro c’era anche l’allora amministratore delegato di Autostrade per l’Italia Giovanni Castellucci nei confronti del quale il procuratore Rosario Cantelmo aveva chiesto 10 anni di reclusione. A firmare la sentenza fu il giudice monocratico del Tribunale di Avellino Luigi Buono. Nelle motivazioni del verdetto, il giudice riconobbe che parte delle responsabilità della strage – costata la vita a 40 persone – fu da addebitarsi alla tenuta dei new-jersey che costeggiavano il ponte di Acqualonga, specificando che il controllo sullo stato di salute delle barriere spettava direttori e ai responsabili del sesto tronco di Cassino perché essi avevano l’obbligo della «programmazione ed esecuzione di un’adeguata attività di monitoraggio e manutenzione». Nessuna «condotta omissiva colposa», sentenziò il giudice, può invece addebitarsi ai vertici di Autostrade per l’Italia perché «nessuna norma imponeva la sostituzione delle barriere esistenti sul viadotto e le norme subentrate alla loro installazione non hanno stabilito che tutte le barriere preesistenti dovessero essere sostituite», quindi da parte loro non è stata commessa la violazione «di alcuna regola cautelare nella loro attività». Di diverso avviso la procura, che in primo grado aveva chiesto la condanna dei vertici di Autostrade e che ha proposto ricorso proprio avverso le assoluzioni stabilite dal giudice Buono.

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In questa nuova battaglia processuale potrebbe, dunque, giocare un importante ruolo quella intercettazione che la procura di Genova, poche settimane fa, ha trasmesso ai colleghi di Avellino e che la procura generale potrebbe chiedere di esaminare in aula.

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mercoledì, 16 ottobre 2019 - 16:39
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