Processo ‘Olimpo’, poliziotto in aula accusa Greco: «La camorra gli chiedeva posti di lavoro e lui eseguiva»

L'imprenditore stabiese Adolfo Greco

Una processione per il posto di lavoro. Ad Adolfo Greco, imprenditore di Castellammare di Stabia imputato nel processo ‘Olimpo’ insieme ad alcuni esponenti (presunti o tali) della camorra locale, tutti chiedevano qualcosa. Chi consigli, chi tangenti, chi posti di lavoro. E Adolfo Greco non si tirava indietro. «Io sono un uomo quando vengono da me devo dare risposte»: le parole dell’imprenditore a Giovanni Longobardi, ritenuto responsabile della mancata assunzione, all’interno dell’azienda del cognato di Greco, Giovanni Irollo, di Domenico Carolei, figlio del ras Raffaele (anche lui imputato). L’episodio è stato raccontato martedì 10 dicembre nell’Aula Siani del tribunale di Torre Annunziata dall’ispettore di polizia Mario Savarese, citato come teste dalla procura. Durante la sua lunga deposizione, il poliziotto ha ripercorso diversi episodi oggetto delle indagini già narrati dagli altri testimoni citati dal pm antimafia Giuseppe Cimmarotta. Dichiarazioni che riguardano i brogliacci delle intercettazioni e non le trascrizioni, non ancora terminate.

Il 23 ottobre 2016 Raffaele e Domenico Carolei – ha spiegato il poliziotto – si recarono alla sede Cil di Adolfo Greco per lamentarsi. Fu lo stesso Greco a raccontare poi alla moglie e al figlio che Raffaele Carolei era andato da lui «come un pazzo» e che per quella situazione era intervenuto anche Michele Carolei (imputato). La sera stessa Greco chiamò Longobardi per sollecitare l’assunzione e in breve tempo perché «in mezzo alla strada quelli hanno ragione e se la prendono con te».

Situazione similare si è verificata con Mafalda Melania D’Apice, figlia di Vincenzo, pluripregiudicato affiliato ai Cesarano e oggi detenuto. Mafalda – ha raccontato l’ispettore – è andata alla madre Maria Pane da Adolfo Greco per un posto di lavoro. Anche stavolta l’imprenditore del latte non si tirò indietro e individuò in Enrico Somma, titolare di Somma Expert, con cui era in trattativa, il potenziale futuro datore di lavoro della donna. Così Greco chiamò Somma. «Chiarisce che si tratta di una brava ragazza e che – ha spiegato Savarese – il padre ha un problema, inteso come detenzione». Adolfo Greco non poteva sottrarsi dall’aiutarla perché la sua azienda, la Cil, si trova in via Napoli, «sotto il controllo del clan Cesarano». Nessun problema. Enrico Somma aveva bisogno di una centralinista e quindi l’avrebbe contattata. «Effettivamente Mafalda Melania D’Apice lavora nel gruppo Expert», ha puntualizzato il poliziotto.

Leggi anche /Pupetta Maresca, la donna che sfidò Cutolo, chiese aiuto ad Adolfo Greco per sistemare il figlio: la storia in una lettera

L’unica richiesta di aiuto che Adolfo Greco lasciò cadere nel vuoto fu quella pervenutagli da una donna che oggi ha 84 anni e che chiedevano una mano per il figlio. Quella donna era Pupetta Maresca. Era la donna che giurò guerra a Cutolo in una conferenza stampa. E Cutolo è una persona a cui Greco fu assai vicino, tanto da venire condannato, un passato ormai lontano, per favoreggiamento per l’intestazione fittizia del famoso castello mediceo di Ottaviano, rimasto per anni nel patrimonio dell’impero criminale del padrino oggi ergastolano Raffaele Cutolo.

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giovedì, 12 dicembre 2019 - 15:00
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