Camorra, il nome del boss tatuato sul polso: così un uomo del clan Luongo si vantava della sua affiliazione

omicidio MIgnano
L'omicidio di Luigi Mignano, ucciso nel rione Villa a San Giovanni a Teduccio (foto Kontrolab)

Quando il 10 novembre del 2017 viene arrestato per evasione dagli arresti domiciliari, Ciro Rosario Terracciano si vanta coi carabinieri che lo stanno scortando in Tribunale di un particolare tatuaggio che ha sul polso destro.

C’è la scritta di un nome maschile impresso a fuoco sulla sua pelle: Umberto. E non è un nome qualunque. Umberto è Umberto Luongo, l’uomo che da braccio destro dei D’Amico di San Giovanni a Teduccio (quartiere alla periferia est di Napoli) viene promosso dai vertici dei Mazzarella a reggente di un suo gruppo criminale a San Giorgio a Cremano, il comune dove Luongo vive e dove i clan autoctoni sono ormai usciti di scena grazie alle inchieste, e agli arresti, confezionate dalla magistratura.

Ciro Rosario Terracciano, di Umberto Luongo, diventa il braccio armato. Di più: è un suo ‘protetto’. E lui ne va fiero. Tanto che, in maniera impudente e imprudente, racconta con fierezza la storia di quel marchio: «Umberto è il mio secondo padre. E’ un grande uomo ed ora io sono il suo secondo». Fino a un anno prima, Terracciano militava sotto la bandiera dei Formicola. Si era fatto tatuare le sigle ‘C.F.’ (Ciro Formicola, il capocosca) proprio su quello stesso polso destro, ma l’incontro coi D’Amico e l’unione con Luongo ne hanno ben presto cancellato la storia. Da lì in poi per Ciro Rosario Terracciano, di storia (criminale), ne è cominciata un’altra. Ed è una storia che da mesi lo tiene bloccato in carcere con l’accusa di avere ucciso, per conto dei D’Amico, Luigi Mignano (cognato del boss Ciro Rinaldi) e che pochi giorni fa si è declinata in una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere con l’accusa, tra le altre, di associazione di stampo mafioso. Ciro Rosario Terracciano è uno dei 34 destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare (tra carcere e domiciliari) che il giudice per le indagini preliminari Chiara Bardi della 41esima sezione penale del Tribunale di Napoli ha spiccato a corollario dell’inchiesta sul malaffare a San Giorgio a Cremano. Lì, in circa 800 pagine di provvedimento, sono racchiusi gli ultimi cinque anni di violenza e sopraffazione da parte del gruppo guidato da Umberto Luongo, gruppo che per la prima volta in un atto giudiziario viene definito «clan». Al vertice, ovviamente, c’era Luongo, pure lui già in cella per l’omicidio Mignano, e al suo fianco vi era la moglie Gaetana Visone, alla quale la Direzione distrettuale antimafia di Napoli (l’inchiesta è stata firmata dal pm Antonella Fratello) attribuisce un ruolo di assoluto rilievo.

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venerdì, 24 gennaio 2020 - 20:40
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