Inchiesta sui carabinieri infedeli: capretti e casse di champagne in regalo, ma il gip boccia l’accusa di avere favorito i clan

Procura Napoli

Rapporti stretti, strettissimi, con persone vicine o inserite a pieno titolo nel mondo del crimine organizzate. Inserite negli ambienti del clan Puca o del clan Verde, osservano gli inquirenti. Rapporti assai discutibili, come emerge dalle intercettazioni, che secondo la procura della Repubblica di Napoli si sono declinati in veri e propri patti corruttivi. Soldi in cambio di informazioni riservate sull’attività dell’Arma. Soldi in cambio di omissioni: come salvare dalla denuncia un pregiudicato che era alla guida di una macchina senza avere mai conseguito la patente; come cambiare gli orari in cui il pregiudicato si era recato in tenenza a firmare il registro delle presenze. Ma anche capretti e casse di champagne per Natale, nonché la ‘raccomandazione’ utile ad acquistare a prezzo di costo appartamenti con tanto di box auto poi rivenduti a prezzo di mercato.

E’ un quadro a tinte fosche quello tratteggiato dalla procura sul conto degli otto carabinieri, all’epoca dei fatti tutti in servizio presso la tenenza di Sant’Antimo, finiti al centro di un’indagine per corruzione che stamattina è sfociata in diversi provvedimenti cautelari: ai domiciliari sono stati sottoposti i carabinieri Michele Mancuso, Angelo Pelliccia, Raffaele Martucci, Vincenzo Palmisano e Corrado Puzzo; domiciliari anche per il ras Pasquale Puca – che è detenuto in regime 41bis per altre vicende – e per Francesco Di Lorenzo, imprenditore borderline che è stato anche consigliere comunale; interdizione dall’esercizio della professione per i carabinieri Vincenzo Di Marino, Daniele Perrotta (che comandava la tenenza di Sant’Antimo) e Carmine Dovere. La misura per Perrotta è stata spiccata per l’accusa di rifiuto di atti d’ufficio, perché – insieme a Mancuso e a Pelliccia – non avrebbe proceduto all’arresto di un non meglio identificato uomo dei Ranucci (episodio ricavato da intercettazioni); per Perrotta invece la misura riguarda l’avere chiuso un occhio sulla guida, senza patente, di Camillo Petito, personaggio ritenuto al soldo del clan Verde. Di Marino, invece, risponde di corruzione. 

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I pubblici ministeri Giuseppina Loreto e Antonella Serio avevano ipotizzato per cinque carabinieri (Pelliccia, Mancuso, Martucci, Palmisano e Puzzo) finanche l’accusa di concorso esterno in associazione di stampo mafioso nonché, in relazione a tutti gli indagati e per tutte le accuse contestate, l’aggravante della matrice camorristica rispetto. La tesi dei pm è che i militari dell’Arma abbiano favorito con le loro condotte il clan Puca e il clan Verde. Eppure non tutti gli elementi prodotti dagli inquirenti hanno convinto il giudice per le indagini preliminari Valentina Gallo che ha spiccato i provvedimenti cautelari. Anzitutto, per l’accusa di concorso esterno in associazione mafioso il gip non ha ritenuto raggiunta la gravità indiziaria, perché – analizza il gip – non vi è prova che i favori fatti abbiano in qualche modo agevolato un’intera organizzazione camorristica, né – per il gip – è sufficiente assumere che i destinatari dei piaceri siano considerati vicini o organici a un sodalizio per provare che un’intera organizzazione abbia beneficiato delle condotte illecite. Piuttosto i favori fatti sembrano avere inciso esclusivamente su chi li ha ricevuti. O almeno, dice il gip, in tal senso vanno gli elementi sin qui raccolto.

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Ma a non avere convinto il gip sono anche alcuni singoli episodi, per i quali vi è stato rigetto della misura cautelare. Come l’accusa di favoreggiamento personale contestata al carabiniere Vincenzo Di Marino, da oggi interdetto dalla professione per la durata di un anno: la procura ha rilevato un’ingerenza del militare nel sequestro di un’ingente somma di denaro ai danni di Camillo Petito, considerato dagli inquirenti legato al clan Verde. La storia è questa: nel luglio dello scorso anno Petito subisce una perquisizione domiciliari ad opera dei carabinieri di Castello di Cisterna. Nella cassaforte vengono trovati 55mila euro in contanti. Il denaro viene posto sotto sequestro. Petito chiama il carabiniere Di Virgilio, lo mette al corrente dell’accaduto e gli chiede: «Ma non è che questi si possono prendere i soldi? Quelli sono soldi di finanziarie.. sono soldi di attività e delle fatture di tutti i giorni..». Di Marino risponde: «Ma non lo so.. scua.. ma io per telefono che ti posso dire.. ». Petito insiste: «Io penso che una volta che uno gli ha detto quei sodiche sono.. ma mica possono prendere i soldi da dentro casa mia? O no?». Di Marino ribadisce: «Una volta che hai dimostrato, tu dimostri come.. che sono soldi che tu hai lavorato.. si dice guarda che sono soldi che stanno incassano.. e sono.. non credo che se li dovrebbero prendere». La storia della perquisizione, invece, si conclude col sequestro della somma che viene poi confermata in sede di Riesame. Ebbene, per la procura questo episodio è sintomatico di un reato di favoreggiamento, aggravato dalla matrice camorristica, ma per il gip non vi è prova della consumazione di alcun reato.

Il gip, invece, si è trovato perfettamente in linea con la procura rispetto ad altri spaccati. Nel novembre del 2017 Di Marino e Petito si sono al telefono perché devono incontrarsi e Di Marino, molto candidamente, suggerisce a Petito di «non passare per il centro… fatti il giro alla larga.. quello qua stiamo un poco incasinati, ci sta ‘alto impatto’.. ci stanno un sacco di macchine fuori, stanno facendo … quello ora lo sai il bordello.. ora ci stanno una decina di macchine… stanno una decina di macchine per Sant’Antimo a fare verbali e tutti». Conclusione: Petito resta a casa. Questa condotta è stata qualificata sotto la voce di rivelazione di segreto d’ufficio. Altro episodio di corruzione che il gip ha ritenuto provato riguarda la sistematica consegna di pesce, champagne da parte di Francesco Di Lorenzo, imprenditore borderline, ai carabinieri Michele Mancuso e Angelo Pelleccia, nonché l’acquisto, da parte dei tre militari Raffaele Martucci, Vincenzo Palmisano e Corrado Puzzo nonché, di case a prezzi stracciati. L’acquisto a un prezzo di favore, dice la procura, sarebbe stato possibile grazie all’intercessione di Pasquale Puca, che la procura indica come capo del clan. Tuttavia, nonostante il gip converga sulla caratura criminale di Puca, viene esclusa l’aggravante della matrice camorristica: «I fatti in esame – motiva il gip – si inquadrano in un contesto di rapporti correttivi non accompagnati dalla ulteriore e specifica finalità agevolativa del sodalizio criminale, non potendosi ritenere sufficiente a tali fini, la circostanza che il ruolo di corruttore sia stato svolto da Pasquale Puca, soggetto in posizione apicale nell’omonimo clan». (Sul quotidiano digitale di domani, disponibile su abbonamento, approfondimenti sull’inchiesta) 

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lunedì, 27 gennaio 2020 - 18:29
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