Il clan Luongo non fa sconti agli affiliati, pusher picchiato in cella per avere accusato il boss: «Mi hanno sfondato»

Cella Carcere

Chi sbagliava veniva punito. Anche se si trattava di un affiliato. Anche se si trattava del parente del braccio destro del boss. Il clan Luongo-D’Amico, che ha piantato radici a San Giorgio a Cremano e stava tentando di allungare i tentacoli anche sul vicino comune di Portici, non faceva sconti ad alcuno, a dimostrazione del fatto che la camorra non ha pietà neppure di chi ‘li ha serviti’, di chi ha commesso crimini per loro conto se in gioco c’è la sopravvivenza stessa del sodalizio o la leadership del boss.

Dagli atti dell’inchiesta che la scorsa settimana è sfociata in 34 misure cautelari, tra carcere e domiciliari, a carico di esponenti (tali o presunti) del clan Luongo emerge con prepotenza la storia di Giovanni De Ponte, cugino di Ciro Rosario Terracciano, quest’ultimo già da detenuto da mesi per avere ucciso, per conto dei D’Amico di San Giovanni a Teduccio, Luigi Mignano (cognato del boss Ciro Rinaldi) dinanzi a una scuola per l’infanzia.

De Ponte è un criminale di piccola tacca. Si occupava dello spaccio al minuto di droga. Prima per conto dei Troia, il gruppo autoctono, poi per conto dei Luongo, che si erano fatti largo a San Giorgio a Cremano approfittando del vuoto di potere creatosi sul comune per via delle inchieste della magistratura.

De Ponte spacciava droga ma non pagava la quota al clan, contravvenendo a una delle regole del clan secondo la quale ogni pusher aveva l’obbligo di versare una ‘tangente’ al sodalizio per portare avanti i suoi affari. Così quando i vertici del clan lo vennero a sapere, De Ponte fu minacciato e costretto poi a giungere a più miti consigli: «L’unico pensiero, l’unico pensiero era il mio.. uno solo.. che se mi davano una botta a me c’eri tu dietro… Mi volevano fare male e quello mi voleva fare male. Non se ne è fregato né di Ciro né di Carlo né di nessuno. Mi volevano far male, perché non gli davo niente», ha raccontato De Ponte alla madre non sapendo di essere intercettato. L’uomo era finito in carcere perché trovato in possesso di stupefacenti e durante il colloquio con la donna ha elencato una serie di minacce subite dai vertici del clan.

Minacce legate al fatto che De Ponte era sospettato di fare il doppiogioco con i Troia. Una volta fu visto uscire dalla casa della madre dei Troia: «Mi voleva uccidere Umberto, mi voleva schiattare la testa», spiegò poi l’uomo alla madre riferendosi a Umberto Luongo.

L’episodio più grave si verificò però durante la detenzione dell’uomo. In sede di interrogatorio di garanzia, De Ponte aveva ammesso la propria responsabilità rispetto alla droga e aveva chiamato in causa anche Umberto Luongo e i D’Amico riferendo di essere al loro servizio. Il contenuto delle dichiarazioni arrivò, chissà come, all’orecchio dei diretti interessati e per De Ponte iniziò l’incubo. L’uomo venne infatti picchiato in cella come ritorsione.«I compagni nella stanza.. mi hanno sfondato, ho tutto il braccio sfondato..», spiegò De Ponte. La circostanza trova riscontro in un certificato medico, l’uomo infatti dovette ricorrere alle cure mediche. Per via di quella dichiarazione, De Ponte sapeva di essere in pericolo: «Cosa devo fare, mamma, il collaboratore?». La donna invece gli suggerì di pensare a cambiare città una volta uscito di prigione: «Te ne devi solo andare quando esci, allora non hai capito niente». Giovanni De Ponte annuì, ma anticipò l’intenzione di volere ritrattare ogni cosa in sede di Riesame, nella speranza di potere uscire quanto prima di prigione: «Devo uscire al più presto, se no qui mi ammazzano».

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martedì, 28 gennaio 2020 - 18:39
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