Buoni postali dell’86 senza timbro, raffica di ricorsi dei risparmiatori: «Errore nel calcolo degli interessi»

Poste Italiane
di Bianca Bianco

Sono decine i risparmiatori campani che si sono rivolti ad un legale per ottenere il giusto guadagno dalla riscossione di buoni fruttiferi postali emessi dopo il giugno del 1986. La vicenda, un vero e proprio ‘pasticcio’ burocratico, riguarda i risparmiatori che in quell’epoca sottoscrissero il buono e anni dopo, al momento della riscossione, si sono visti riconoscere da Poste italiane interessi meno alti di quelli spettanti. Il motivo? Al limite del kafkiano.

Quando furono emessi i nuovi buoni postali della serie Q/P, che prevedevano tassi di interesse più alti di quelli precedenti, il Ministero delle Finanze decise che non era il caso di buttare i titoli in giacenza, disponendo che le Poste usassero comunque quelli invenduti apponendo però il timbro che recava la nuova serie Q/P. Di qui il ‘pasticciaccio’. I buoni furono timbrati fronte e retro ma, come alcuni risparmiatori hanno scoperto anche trent’anni dopo andando a riscuoterli, se quel timbro era stato apposto sugli interessi fino al ventesimo anno, mancava sull’arco temporale che va dal ventunesimo al trentunesimo anno. Ovvero quello con gli interessi più alti, pari a 1777euro per ogni successivo bimestre.

Chi aveva acquistato quei buoni nell’estate del 1986, poteva ritrovarsi con dei tassi di interesse diversi da chi li aveva presi nello stesso identico periodo. Ad accorgersi dell’accaduto sono stati gli stessi risparmiatori che, una volta recatisi alle Poste per avere quanto loro spettava si sono resi conto del disguido. Di qui, la pioggia di ricorsi sia in Tribunale che all’arbitrato bancario che sinora hanno avuto esito positivo come spiega l’avvocato Giulio Fragasso del Foro di Nola che sta seguendo i contenziosi di diversi risparmiatori campani: «Sinora ci sono stati almeno un centinaio di ricorsi – dichiara il legale esperto di diritto bancario – Per ciascun buono su cui non si è effettuato il giusto calcolo degli interessi, i risparmiatori andavano a perdere dai 5mila ai 50mila euro. Questo perché, a causa del mancato timbro, non si teneva conto che il tasso relativo agli anni dal ventunesimo al trentunesimo era di 1777 euro».

Per alcuni dei titolari di buoni fruttiferi si trattava peraltro di un ingente mancato guadagno, perché ne possedevano anche dieci. Per i legali, aggiunge Fragasso, la strada da seguire è duplice: o il ricorso per decreto ingiuntivo in Tribunale, o quello all’arbitrato bancario. In entrambi i casi, i tempi sono decisamente veloci. Un anno e mezzo per arrivare a sentenza civile, un anno nel caso di arbitrato. Poste italiane, comunque, non è rimasta inerte dinanzi ai ricorsi presentati avendo sempre presentato opposizione. Aspetto di cui non meravigliarsi visto che sinora, nonostante l’elevata emissione di buoni fruttiferi in quegli anni, solo l’1% si è reso conto del problema ed è corso ai ripari. La difesa di Poste sostiene che quelli erano i tassi da applicare in base al decreto ministeriale del 1986; i risparmiatori invece fanno valere nelle aule giudiziarie i loro diritti sulla base del presunto ‘disguido’ delle timbrature. Del caso si è di recente interessata anche la trasmissione di Canale Cinque ‘Striscia la Notizia’. Una soluzione, spiega l’avvocato Fragasso, c’è anche per chi ha già riscosso quei buoni: basta presentare un duplicato o, se lo si è perso, chiederlo alle Poste. Importante è che rispetti i requisiti: deve essere stato emesso dopo il decreto ministeriale del giugno 1896 e recare la serie Q/P.

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venerdì, 14 febbraio 2020 - 10:53
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