Napoli, crac pilotato dietro il ‘Gran Bar Riviera’. Il gip: «Schema truffaldino messo in piedi da commercialista e imprenditori»

Guardia di Finanza

Un incastro di società, tutte ‘scatole vuote’, usate come bancomat dai reali proprietari per soddisfare ogni mese le esigenze personali e necessarie per ‘schermare’ dai guai la società madre, che dava lustro alla principale attività di famiglia: il ‘Gran Bar Riviera’ sito alla Riviera di Chiaia a Napoli. Sullo sfondo  prelievi a nero, falsificazioni di libri contabili, fatture per operazioni esistenti, ‘teste di legno’ usate come amministratori o liquidatori, e fallimenti pilotati per eludere il Fisco ed evitare di saldare i debiti coi creditori.

E’ un intreccio complesso di manovre economiche e di società lo scenario al centro dell’inchiesta, coordinata dalla procura di Napoli e condotta dalla Guardia di Finanza, che stamattina ha portato al divieto di dimora nel Comune di Napoli per il commercialista Alessandro Gelormini, già ai domiciliari per altre vicende di evasione fiscale e bancarotta, e per gli imprenditori Alberto, Simona e Marina Nunziata. Tutto ruota attorno al ‘Gran Bar Riviera’, o meglio al carosello di società che hanno accompagnato l’attività commerciale. Società tutte fallite. Fallite, perché scrive il gip Fabrizio Finamore che ha sposato l’impostazione accusatoria, sono state condotte sulla strada della bancarotta attraverso uno «schema truffaldino e proditorio». Uno schema, aggiunge il gip, che «non avrebbe mai visto la luce senza il «contribuito determinante» del commercialista porticese Alessandro Gelormini: il professionista viene definito «il motore dei contegni criminosi, il soggetto-tramite dal quale tutto diparte e allo stesso tempo si dipana».

Funzionava così: l’attività del bar Gran Riviera faceva capo alla ‘Riviera slr’, costituita nel 1991 e fallita il 15 settembre 2016. Tuttavia l’attività veniva materialmente delegata ad altre società, cui di volta in volta veniva ceduto il ramo d’azienda: così una volta la responsabile è stata la ‘Sogeri’ e un’altra volta è stata la ‘Itaca spa’, entrambe poi fallite. Per gli inquirenti la cessione del ramo d’azienda, esponeva di fatto la Sogeri e la Itaca ad essere le sole responsabili di obblighi verso il Fisco e verso i creditori, sicché in caso di fallimento nessuno dei creditori avrebbe potuto rivalersi verso la ‘Riviera slr’, la quale – dal canto suo – vantava dalla Sogeri e dalla Itaca solo somme per il fitto del ramo d’azienda (somme tra l’altro mai riscosse).

E’ per questo motivo che il gip definisce la ‘Sogeri’ e la ‘Itaca’ «scatole vuote» e «schermi protettivi». Strumenti tutti gestiti, sul piano contabile, dal commercialista Gelormini, che in qualche caso ha anche ricoperto la carica di componente del consiglio di amministratore o di amministratore. In questo ‘gioco’ di incastri – si legge nelle oltre 100 pagine di misura cautelare – si snodano una serie di condotte «delittuose», come il prelievo a nero dalle casse della Sogeri di consistenti importi di denaro in favore di quattro componenti della famiglia Nunziata: ogni mese ci sarebbe stata l’appropriazione di 3mila euro a titolo di ‘stipendio’ per ciascuna persona ‘interessata’. Per giustificare contabilmente la ‘sparizione’ di queste somme, i registri – incalzano gli inquirenti – sarebbero stati volutamente alterati anche attraverso l’attestazione di operazioni inesistenti.

Queste manovre avvenivano nella massima tranquillità dei Nunziata, perché nessuna delle società era sulla carta da loro amministrata. Come annotato dal gip, solo in una fase iniziale della vita della società risultava proprietario chi aveva un effettivo ruolo decisionale: quando poi si materializzavano «operazioni evidentemente dolose», le società venivano intestate a prestanome. Alfonso M., che versava in difficoltà economiche, si ritrovò a diventare il liquidatore della ‘Riviera srl’; mentre A. G., che «era tra i dipendenti che avevano tutto l’interesse a conservare il posto di lavoro, viene nominato amministratore della  Sogeri nel settembre 2012».

Uno «schema truffaldino e proditorio», è la sintesi del gip. Uno schema che disvela come gli indagati abbiano agito in «dispregio di qualsiasi regola di convivenza civile».

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martedì, 18 febbraio 2020 - 18:01
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