I ristoratori di Milano sfidano il Coronavirus e la crisi con l’ingegno, Painini: «Lo smart working fa danni»

Andrea Painini
Andrea Painini, presidente di Confesercenti Milano,
di Bianca Bianco

C’è il negoziante che ha deciso di chiudere perché non ce la fa a sostenere i costi fissi di un’attività che non ha più clienti. E c’è il ristoratore che, per aggirare la crisi, si inventa un protocollo sanitario personalizzato per dare sicurezze a clienti spaventati dal rischio contagio.

Milano, anno domini 2020: la capitale economica d’Italia non vuole fermarsi, ma gli ostacoli da superare per arginare l’epidemia economica che sta travolgendo piccoli e grandi esercenti, trascinata da quella del Covid-19, sono troppi. E non riguardano solo grandi alberghi ed agenzie di viaggio, ma anche il parrucchiere e l’estetista, il bar ed il noleggiatore di automobili. Ne parla schiettamente Andrea Painini, presidente di Confesercenti Milano, che ci racconta le difficoltà dei commercianti di Milano e provincia e ammette: «Il Governo poteva e può fare di più, ma noi cerchiamo di reagire e ci adeguiamo. Cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno».

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 Ottimismo meneghino. Quello che, a colpi di risultati economici, innovazione e visione internazionale, ha consentito al capoluogo lombardo di primeggiare in Europa e diventare il motore d’Italia. A stroncare risultati e speranze è arrivato il virus ‘cinese’, che ha costretto all’isolamento dieci comuni del Basso Lodigiano, zona del focolaio, ma imposto anche una quarantena economica a migliaia di esercenti alle prese con problemi di ogni tipo: dalla mancanza di clienti alla necessità, quando i clienti ci sono ancora, di tenerli a distanza di sicurezza per contenere il contagio. Il famoso ‘metro’ di distanza che sembra una banalità ma che, per le attività di ristorazione solitamente affollate e nella quali spesso la socialità fa rima con lavoro (pensiamo alle cene aziendali, agli incontri tra professionisti), significa cambiare l’idea degli spazi. Persino il tanto decantato smart working, il lavoro agile da casa per intenderci, che sembra una manna in tempo di contagi e psicosi, sta diventando un boomerang per chi tiene aperto un bar o un pub.

Presidente Painini, i suoi associati come stanno vivendo questi giorni?
«In maniera drammatica. Le conseguenze dell’emergenza coronavirus sono e saranno drammatiche. I dati relativi alla scorsa settimana di febbraio sono già pesantissimi: il comparto del turismo ad oggi è quello più sofferente e sul quale bisogna intervenire in tempi più celeri perché si lavora su prenotazioni a lungo termine, dunque albergatori e agenzie di viaggio, alle prese con tantissime cancellazioni che arrivano all’autunno, sono disperati. Ma tutti i titolari di attività economiche a Milano sono spaventati».

Diamo qualche numero..
«Gli hotel solo la scorsa settimana hanno perso una media di 4 milioni al giorno. I parrucchieri hanno subito perdite dal 35 al 50%, i fast food dal 70 all’80%, lo stesso per i mercati rionali. Perdite pesantissime, fino al 90%, sono quelle subite dai ristoranti, dai pub e dai bar. Poi c’è il settore noleggio auto, già in sofferenza, ormai vicino al collasso».

Qualcuno ha deciso di chiudere?
«Sì, alcuni associati hanno deciso di sospendere momentaneamente l’attività alle prese con l’impossibilità di sostenere costi fissi come l’affitto o il pagamento degli stipendi. Confesercenti Milano riceve una cinquantina di telefonate al giorno da parte di persone che cercano risposte».

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Quali sono le domande che vi rivolgono più spesso?
«Ci chiedono soprattutto informazioni di natura fiscale, se possono sospendere le rate del mutuo o del leasing e come; ci pongono quesiti di consulenza del lavoro, in pratica chiedono se devono e possono licenziare. Noi cerchiamo di rispondere a tutti, anzi abbiamo creato anche un canale WhatsApp diretto in cui cerchiamo di dare più informazioni possibili. Nel frattempo aspettiamo il Governo».

Si riferisce, immagino, al decreto legge sulle misure economiche connesse all’emergenza
«Sì, aspettiamo di capire il tipo di interventi approntati, se ci sarà o meno una moratoria».

Nel frattempo?
«Nel frattempo aspettiamo che vengano mitigate alcune disposizioni, che vengano riaperte le scuole e gli uffici. Già la riapertura delle scuole darebbe ossigeno al comparto. Ma al momento dobbiamo solo attendere».

Accanto alla questione economica c’è quella delle misure di contenimento, quelle disposte dal ministero della Salute…
«Parto dal presupposto che anche lì il Governo poteva fare di meglio, ma se l’alternativa al rispetto delle misure è stare chiusi o licenziare è chiaro che ci si adegua. Da presidente di Confesercenti capisco i ristoratori, sulla carta misure come il rispetto del metro di distanza sembrano assurde, ma cosa si può fare? L’alternativa, ripeto, è chiudere. E allora ci si conforma, si guarda al bicchiere mezzo pieno e si confida nella fine dell’emergenza. Certo, non bisogna esaltare tanto lo smart working di cui tanto si parla».

In che senso?
«Lavorare da casa col lavoro agile, magari restando in pigiama, è una soluzione di contenimento per non fare fermare le aziende, certo. Ma chi lavora in casa non esce, non spende, non va a mangiare fuori. Io non cavalcherei trionfalmente queste novità, piuttosto mi concentrerei sulla vera emergenza che è il virus, quello che ci sta spaventando tutti».

Voi avete deciso di tenere la sede aperta nonostante la paura
«Sì, nonostante anche per noi ci siano stati dei rischi. Ma è tutto sotto controllo, continuiamo a lavorare nei nostri uffici e ad avere contatti con i referenti regionali, dal Governatore all’assessore competente, purtroppo solo in videoconferenza a causa dei contagi che ci sono stati. Andiamo avanti, tra dieci minuti per esempio devo ricevere i rappresentanti di una grande azienda».

Lo slogan dice ‘Milano non si ferma’. C’è qualche commerciante o imprenditore che ha trovato un modo, magari originale, per non fermare la sua attività?
«Certo, un ristoratore di Monza ha fatto molto di più attrezzando una sorta di proprio protocollo sanitario. Nel suo locale i tavoli sono stati distanziati e sono stati collocati dispenser di gel disinfettante ma soprattutto, per la prima volta nella storia della sua attività, ha attivato il food delivery, la consegna dei pasti a domicilio: se i clienti non vengono da me, ha detto, ci andiamo noi».

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mercoledì, 4 Marzo 2020 - 16:08
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