Coronavirus, il pizzaiolo campano rimasto a Bergamo: «Paura e rabbia, ma non sono scappato»

domenico Bianco
Domenico Bianco
di Bianca Bianco

Tra i ragazzi, responsbaili e coraggiosi, che hanno deciso di restare al Nord e non scappare a casa nei giorni in cui il Governo anticipava l’intenzione di chiudere i confini della Lombardia, c’è anche Domenico Bianco, 28 anni, originario di Sirignano (Avellino). Domenico è partito sei mesi fa dal suo paesino di 3mila abitanti con una valigia carica di aspettative. Fino al 12 febbraio ha lavorato come pizzaiolo in un ristorante della provincia di Bergamo, poi ha lasciato il lavoro, ha provato a cercarne un altro, ha fissato diversi colloqui di lavoro fin quando non è stato travolto dallo tsunami del Coronavirus.

Poteva fare il furbo come altri e tornare al Sud, Domenico. Poteva approfittare della finestra lasciata aperta dopo l’annuncio del decreto che metteva l’intera Lombardia in quarantena e ne chiudeva i confini lo scorso 11 marzo; ma ha deciso di restare, insieme a due amici, anche loro di Sirignano, in quell’appartamento di Cologno al Serio, undicimila anime a 18 chilometri da Bergamo, nella provincia più tragicamente colpita dal Covid 19.

«Quella notte – racconta Domenico – abbiamo ricevuto tante chiamate da ragazzi nella stessa situazione e alcuni dicevano di voler tornare al Sud. Noi abbiamo subito deciso di restare a Cologno, anche se la situazione è grave, perché non volevamo mettere in pericolo le nostre famiglie e mettere a rischio anche il nostro paese d’origine. Abbiamo visto le immagini della gente stipata nei vagoni e capito che abbiamo fatto la scelta giusta». Una scelta coraggiosa, perché la Val Seriana, dove oggi Domenico vive, disoccupato ed in quarantena, coi suoi amici, è considerata la Wuhan d’Italia: migliaia di contagiati, centinaia di morti al giorno e le camionette dell’Esercito che trasportano le salme nei crematori fuori città perché i cimiteri non hanno più posti: «Sì, è una situazione drammatica – dice Domenico – Ma se possibile, viverla qui fa capire che è anche più tragica di quello che passa in tv».

Le sirene delle ambulanze, i racconti sulle cronache locali, la percezione di chi vive sul posto, anche se barricato in casa, confermano la strage quotidiana. «La paura c’è – continua – ma la contrastiamo comportandoci con buon senso. Usciamo solo per fare la spesa grande e non tutte le settimane, al massimo una puntata in più in tabaccheria ma il negozio è a dieci metri da casa. La nostra ora d’aria? La passeggiata nel cortile del palazzo per condividere una sigaretta con gli amici, tutti distanti e prudenti. Ci laviamo in continuazione le mani, abbiamo mascherine e guanti. Ma più della paura, io provo tanta rabbia per quello che vedo intorno».

Intorno al piccolo mondo in quarantena di Domenico infatti tutto incredibilmente sembra girare con grande irresponsabilità: «Lo so che sembra assurdo, ma tanta gente qui non ha ancora capito cosa sta accadendo. I supermercati sono sempre affollati, come è possibile? Si gira ancora troppo per strada, tanti usano la spesa come scusa per uscire. E poi sono arrabbiato col Governo: qui in Val Seriana ci sono tante fabbriche, dovevano chiuderle tempo fa per due settimane. E invece è rimasto tutto in attività, tutto aperto».

Paura e rabbia si stemperano cercando in tutti i modi di passare il tempo ed annullare la nostalgia di casa e la noia: le pulizie domestiche, le partite a carta ed alla playstation, le infinite videochiamate coi genitori e gli amici per raccontare e rassicurare che tutto andrà bene, nonostante tutto, sono la medicina contro lo sconforto: «Ma è dura – dice Domenico – Ero partito col sogno di fare l’operaio, trovare un posto stabile e poi, tra qualche anno, tornare al Sud. E invece ora mi trovo qui, senza lavoro, aiutato dai miei genitori e in isolamento. Quando questo incubo finirà voglio tornare una settimana a Sirignano, abbracciare tutti e poi tornare a Bergamo. Voglio realizzarmi e lo farò, il Coronavirus non li fermerà i miei sogni».

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martedì, 24 marzo 2020 - 16:43
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