Fase 2, i piccoli imprenditori del Sud e il sindaco di Trapani ricorrono al Tar: «Il Dpcm è discriminatorio»

giuseppe conte
Il premier Giuseppe Conte (foto Kontrolab)

I piccoli e medi imprenditori trascinano Conte in Tribunale. E come loro anche il sindaco del Comune di Trapani. C’è un mondo in subbuglio a causa dei divieti alla ripresa di numerose attività contenuti nel Dcpm del 26 aprile.

A Trapani, in Sicilia, l’ufficio legale del comune di Trapani ha notificato un ricorso al Tar contro il Dpcm, emesso per limitare il contagio da Covid-19, del 26 aprile scorso. Gli amministratori giudicano il decreto «irragionevole, rispetto ad una curva epidemiologica – come sostenuto dagli esperti – sotto controllo, almeno in Sicilia ed in provincia di Trapani in particolare». «Siamo consapevoli che sarà il tribunale amministrativo regionale a decidere ma non arretreremo di un centimetro nel sostegno alla nostra comunità ed alle attività imprenditoriali, che rappresentano il motore economico della nostra città». Afferma il sindaco Giacomo Tranchida: «Il governo ha annunciato una probabile riapertura a partire dal 18 maggio per molte attività. Siamo fiduciosi che ciò avverrà».

Analoga iniziativa è stata intrapresa da piccoli e medi imprenditori, soprattutto ristoratori, parrucchieri e estetisti, che stamani hanno impugnato davanti al Tar del Lazio il Dpcm. Il ricorso contiene istanza di sospensione delle misure che prorogano la chiusura indiscriminata delle loro attività, già fortemente penalizzate dal lockdown e ora a rischio di tracollo. Sostenuti dall’Associazione ‘Imprenditore non sei solo’ che si costituirà come interveniente ad adiuvandum nel procedimento, i ricorrenti sono imprenditori del Sud Italia, dislocati tra Sicilia, Calabria, Puglia e Sardegna. «Il Governo – spiega il presidente dell’Associazione Paolo Ruggeri – non solo ha disciplinato un ambito coperto da riserva di legge con un atto di natura amministrativa, quale è appunto il Dcpm. Ma ha anche violato il principio costituzionale di ‘non discriminazione’. Non ha tenuto conto, infatti, della situazione delle singole regioni. E ha disciplinato allo stesso modo la chiusura di locali ed esercizi commerciali sia in quelle con un numero trascurabile di contagi, sia in quelle in cui la diffusione del virus è ancora alta. Penalizzando ulteriormente il Sud. E discriminando categorie che, invece, potrebbero ripartire nell’osservanza delle distanze e delle altre misure di sicurezza».

Nel ricorso, a firma degli avvocati Ibba, Giungato e Cappelli, si evidenzia anche che ‘qualora la delega al Presidente del Consiglio attraverso il pur censurato meccanismo del decreto legge fosse legittima, questi avrebbe comunque ecceduto dai poteri conferitigli, esercitandoli senza rispettare i limiti di ‘adeguatezza’ e ‘proporzionalità’, e senza considerare l’ ‘evolversi della situazione epidemiologica’. Come previsto invece dal decreto stesso. «Lo Stato sta mettendo molti medi e piccoli imprenditori in una situazione economica e psicologica di grande stress – dice Ruggeri – La maggioranza non ha ancora ricevuto i 600 euro, né i prestiti garantiti dallo Stato, né per i dipendenti è scattata la cassa integrazione. Con ricavi bloccati e costi fissi da sostenere, alcuni danni saranno irreparabili. In questa situazione, ancora quattro settimane di chiusura sono un tempo infinito. Da quando è iniziata la crisi la nostra Associazione ha ricevuto migliaia di chiamate da aziende in difficoltà di tutta Italia. Per ridurre l’impatto abbiamo fornito loro ogni tipo di assistenza: marketing, gestionale, legale. Continueremo a farlo. I nostri avvocati, Verde e Ballai, sono già a lavoro per tutelare i nostri interessi e sostenere le azioni legali degli imprenditori».

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lunedì, 4 Maggio 2020 - 16:40
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