Napoli, i ristoratori provano a ripartire. Alla ‘Cantina la Barbera’ sconti alle partite Iva: «Vicini a una categoria abbandonata»

Cantina La Barbera ritorante
Il ristorante 'Cantina la Barbera' a Napoli
di Manuela Galletta

Divisori a tavola sì o no, riduzione dei coperti per garantire il famoso distanziamento sociale e protocolli di sicurezza da adottare. Mentre il mondo della ristorazione attende di sapere come e quando ripartire, c’è chi – pur tra le tantissime difficoltà e le incognite per il futuro – guarda in prospettiva e lancia iniziative in favore di quanti torneranno a incontrarsi a tavola, davanti ad un buon pasto preparato da uno chef. A Napoli ‘Cantina la Barbera’, apprezzatissimo locale all’interno di un palazzo ottocentesco in via Morghen al Vomero, i soci Alfonso Maria Avitabile (avvocato) e Antonello Pizzo (ingegnere) riserveranno uno sconto speciale alle sole partite Iva: il conto sarà alleggerito del 22%. Una cifra non a caso.

Alfonso Maria Avitabile, come nasce l’idea dello sconto alle partite Iva?
«E’ molto semplice: a fronte della ‘potenza di fuoco’ promessa dal premier Conte, le partite Iva non hanno avuto alcuna agevolazione. Sono stati costretti a non lavorare, le banche non hanno erogato un prestito perché si riservano di fare un’istruttoria e di decidere se erogare o meno la somma richiesta, e se erogano l’importo lo mandano a compensazione di prestiti precedenti. Noi ci siamo sentiamo vicini a questa categoria decisamente penalizzata e vogliamo lanciare questa iniziativa che ha sia un valore sostanziale che simbolico, per esprimere dissenso su come il Governo ha trattato queste persone».

Come verificherete se un cliente è una partita Iva?
«Lo sconto sarà praticato sulla fiducia. Noi non siamo lo Stato, non crediamo che qualcuno che non sia partita iva, abbia l’ardire di mentire. Crediamo nel principio di responsabilità del cittadino».

Un’idea chiara che si innesta in un quadro di grande incertezza, sia economica ma soprattuto gestionale. Partiamo dalla gestione degli spazi.
«E’ evidente che saremo costretti a ridurre i coperti per consentire il distanziamento sociale tra tavoli diversi. Siamo però contrari all’uso di divisori a tavola: io mi auguro che non passi questa idea»

Perché?
«E’ un controsenso tenere separati da un plexiglass due fidanzati che magari sino a un attimo prima di entrare nel locale si sono tenuti per mano. Io spero che non ci sarà nessun obbligo di dividere i cosiddetti ‘congiunti’. Credo che i primi a protestare sarebbero loro».

E se a chiederlo fosse ad esempio un gruppo di amici?
«Predisporremo i tavoli in modo da assicurare a chi ce lo chiederà la giusta distanza. Ma c’è anche un altro aspetto…».

Dica…
«Spero che non vengano addossate responsabilità di controllo ai ristoratori su chi si siede a tavola. Se due persone entrano assumendo di essere moglie e marito, il ristoratore non deve verificare né chiedere un’autocertificazione. I controlli spettano alle forze dell’ordine: solo a loro va esibita l’autocertificazione. E, in caso di irregolarità, gli unici a risponderne devono esserne i clienti»

Andiamo all’impatto economico del lockdown, la sua è una bocciatura delle manovre del governo…
«Decisamente sì. In Germania per un’azienda con più di dieci dipendenti, sono stati elargiti a fondo perduto 45mila euro per complessivi tre mesi. Sono 15mila al mese. Questo significa sostenere le imprese. In Italia invece alle imprese è stata data la possibilità di chiedere un prestito, che per di più non viene erogato neppure con facilità. Invece altre iniziative sarebbero state più utili»

Ad esempio?
«Sospendere le utenze e gli affitti. Con la chiusura obbligatoria dell’attività, si è azzerato l’incasso. Eppure le spese non sono state bloccate. Pensi che tra utenze e Tari, per il mio locale, ci aggiriamo sui 5mila euro di costi al mese»

Costi che avete dovuto sostenere attingendo a fondi personali…
«Sì, è così… Abbiamo la fortuna che la nostra azienda è sana. Eravamo in piena ascesa quando ci hanno costretto a chiudere. Ma adesso stiamo raschiando il fondo, non possiamo andare avanti per molto. Abbiamo bisogno di ripartire, altrimenti rischiamo di perdere tutto e di vanificare anche le spese che abbiamo sostenuto. Noi, come tanti altri, abbiamo fatti investimenti, abbiamo comprato nuove attrezzature, proprio poco prima del lockdown. Per non parlare della merce comprata e buttata: abbiamo perso 8mila euro»

Tornando alle misure economiche, tante lamentele per le modalità dei prestiti alle imprese. Per ‘Cantina La Barbera’ è stato chiesto?
«Certamente. Appena è stato possibile inoltrare la richiesta per i prestiti a garanzia siamo andati in banca. Abbiamo avanzato la richiesta e presentato tutti i documenti che ci sono stati chiesti»

E com’è finita?
«Non abbiamo visto un euro. La banca non ci ha fatto ancora sapere niente»

Quindi torniamo al punto di partenza, siete soli e costretti ad attingere ai risparmi.
«Purtroppo è così. Ma noi titolari di impresa non siamo i soli ad essere danneggiati dai ritardi imperdonabili del Governo. I miei dipendenti sono tutti in cassa integrazione da marzo, ma ad oggi non hanno avuto niente. Questo è vergognoso»

Ecco, i dipendenti. Quando riaprite dovrete ridurre i coperti: riuscirete a garantire gli stessi livelli occupazionali di prima?
«Assolutamente no. Purtroppo è matematico, se le restrizioni dovessero durare troppo saremo costretti a licenziare. Noi potremo avere un terzo della clientela, sperando di potere sopravvivere»

Sarete danneggiati due volte, insomma. Crede che il governo debba valutare iniziative a sostegno del settore anche per il periodo della ripresa?
«Il governo deve pensare a misure successive. Per indole un imprenditore non accarezza l’idea della sovvenzione, sarebbe più opportuno non pagare le tasse. C’è bisogno di misure che vengono incontro alle spese e che soprattutto non rappresentino una mannaia ingiustificata per il datore di lavoro».

A cosa allude?
«Alla eventuale responsabilità del datore di lavoro in caso di contagio di un dipendente, al fatto che possa essere considerato infortunio sul lavoro. Risalire al momento, al luogo e alle circostanze del contagio di una persona, quindi di un dipendente, è impossibile. E’ una sciocchezza».

Voi siete un’azienda sana, ma un’azienda che faceva già fatica prima quali chance ha di sopravvivere?
«Nessuna. Il rischio è riaprire e dichiarare fallimento dopo pochi mesi. E purtroppo se nulla cambierà sul fronte del sostegno delle imprese, molte attività di ristorazione saranno condannate a morte certa».

Chiudiamo con un appello…
«Noi partite Iva siamo l’ossatura di questo paese. E quindi siamo quelli che abbiamo più bisogno di essere aiutati. Ma vi è bisogno di aiuti concreti e mirati. La morte del comparto turistico-alberghiero e la ristorazione è la morte del paese. Non siamo un Paese che può permettersi il 20% del Pil in meno»

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lunedì, 11 Maggio 2020 - 11:11
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