Inchiesta sull’ex area Cirio, il Riesame fa a pezzi il pm che avviò l’inchiesta e ferma ipotesi processuali | Le motivazioni

Luigi Cesaro
Luigi Cesaro
di Manuela Galletta

L’inchiesta sulle presunte irregolarità nella riconversione (mai avvenuta) dell’area ex Cirio a Castellammare di Stabia sembra destinata ad arenarsi contro lo scoglio dell’utilizzabilità delle intercettazioni poste al centro del teorema accusatorio. In sei pagine di provvedimento, i giudici della ottava sezione penale, collegio F, del Tribunale del Riesame di Napoli (presidente Antonio Pepe, a latere Vito Maria Giorgio Purcaro e Alessandra Maddalena) hanno messo nero su bianco il perché dell’annullamento dei domiciliari (di fatto mai eseguiti) per i parlamentari di Forza Italia Luigi Cesaro e Antonio Pentangelo e le motivazioni non fanno dormire sonni tranquilli alla procura della Repubblica di Torre Annunziata, che ha ereditato il fascicolo e che si è ritrovata investita da un problema procedurale creato da altro magistrato.

Per il Tribunale della Libertà i provvedimenti autorizzativi delle intercettazioni, cominciate nel 2013 e terminate nel dicembre del 2015 su disposizione da un pm della Dda che peraltro da qualche anno ha terminato il suo incarico nel pool antimafia, coprono esclusivamente il reato di associazione di stampo mafioso (o comunque reati immediatamente collegati a un’attività cammorristica) ma non anche il reato ‘semplice’ di corruzione per il quale, invece, sarebbe occorso uno specifico decreto autorizzativo. Né, per il Riesame, è valido il tentativo operato dal giudice per le indagini preliminari, che aveva disposto i domiciliari, di provare a salvare l’inchiesta. Da un lato infatti il gip aveva riconosciuto l’assenza di elementi che giustificassero la connessione normativa che avrebbe legittimato l’uso delle intercettazioni per un reato diverso da quello previsto, ma d’altro canto il giudice aveva ritenuto possibile una loro utilizzabilità sostenendo l’esistenza di una «connessione sostanziale»: nello specifico il giudice aveva voluto rintracciare questo legame in alcuni passaggi motivazioni tratte dalle richieste di convalida e di proroga delle intercettazioni avanzate dal pm e poi recepite per relationem nei rispettivi autorizzativi.

Questi passaggi, a parere del gip, lasciavano intendere «la volontà della procura di richiedere e di autorizzare l’attività captativa nel corso degli anni non solo in riferimento al reato associativo ma anche per i diversi reati di corruzione» poi diventati oggetto di contestazione nell’inchiesta sull’area ex Cirio. La pensano, invece, diversamente i giudici del Tribunale per i quali, rileggendo la ‘cronistoria’ delle richieste e dei provvedimenti, è invece chiaro come il pm della Dda di Napoli che istruì l’inchiesta non abbia mai preso in considerazione l’accusa di corruzione, privilegiando sempre e solo la pista del ‘legame’ tra Greco e i clan del circondario stabiese, e che l’aspetto corruttivo sia stato preso in considerazione solo verso la fine del 2014. Il Riesame parla infatti di «nebulosità» dell’esito degli accertametni. Nel 2014, è l’esempio citato, la procura di Napoli decide di indagare Greco e Pentangelo per abuso d’ufficio: «Deve quindi ritenersi che nel 2014 le risultanze delle captazioni disposte per reato associativo non avessero prodotto, sul fronte delle vicende amministrative, esiti idonei a consentire una iscrizione per reati diversi e più gravi di quello di abuso d’ufficio (per il quale le captazioni non era consentite)».

Una valutazione tranciante, quella della Riesame. Che spegne anche la speranza della procura di Torre Annunziata di riuscire a salvare le intercettazioni dimostrando di avere a disposizione anche elementi indiziario in grado, senza quelle captazioni, di reggere l’accusa di corruzione. I giudici della Libertà hanno infatti operato anche una valutazione sulla cosiddetta «prova di resistenza»: sono state esaminate le acquisizioni documentali relative ai passaggi per la riconversione dell’area ex Cirio, le attività di osservazione e pedinamento degli indagati utili a documentare incontri e relazioni. E la conclusione è stata impietosa: tutti questi elementi, senza «la voce narrante proveniente dall’attività di captazione» non risultano «idonei a fondare un giudizio di gravità indiziaria per i reati contestati, in ragione della impossibilità di ritenere accertate le ragioni dei incontri di Greco con i politici».
Ora la procura di Torre Annunziata dovrà decidere se provare ad impugnare il provvedimento del Riesame in Cassazione sperando di vedersi dare ragione dagli ‘ermellini’. Ma laddove la procura dovesse decidere di fermarsi o laddove si vedesse dare torto dalla Cassazione in caso di ricorso, sarà impossibile procedere con una richiesta di processo. E ciò significa che l’inchiesta sull’area ex Cirio si fermerebbe qui.

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lunedì, 29 giugno 2020 - 18:38
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