Contagi da vacanza, c’è chi chiude le discoteche o dimezza la capienza. Vaia (Spallanzani): «Ritrovare lo spirito giusto»

francesco vaia
Il direttore sanitario dello Spallanzani, Francesco Vaia

I tamponi obbligatori per chi rientra da quattro Paesi ‘a rischio’, il contestuale obbligo – ma solo in Campania – di restare in quarantena per nell’attesa dell’esito del test, e poi misure in ordine sparso come l’obbligo dell’uso di mascherina anche all’aperto che ritorna a Capri o in Calabria, mentre in Emilia Romagna e in Veneto vengono ristretti gli accessi alle discoteche e la Basilicata e la Calabria ne vietano addirittura l’attività.

I casi di contagio soprattutto tra i giovani di rientro dalle vacanze all’estero preoccupa l’Italia e fa temere l’anticipazione della seconda ondata dell’emergenza sanitaria che era attesa invece in autunno. Le notti in discoteca senza mascherina e senza rispettare il distanziamento sociale, l’abbassamento della guardia e a l’incoscienza tutta giovanile di godersi il momento senza pensare alle conseguenze hanno fatto suonare un pericoloso campanello d’allarme. E adesso fanno temere un secondo lockdown che l’Italia e la sua economia non reggerebbero.

Così, il Governo e le Regioni provano, seppure in maniera contraddittoria, a introdurre nuovi legacci per provare a rivitalizzare quel senso di responsabilità e prudenza che la voglia d’estate ha cancellato. Come noto, chi rientra da Spagna, Malta, Grecia e Croazia deve sottoporsi a tampone, ma – e qui sta la contradditorietà del provvedimento – ciò non vale se ad arrivare in Italia da uno di questi quattro Paesi è un turista. Lo stesso limite lo vive l’ordinanza del governatore della Regione Campania Vincenzo De Luca, che impone il tampone ai cittadini campani di rientro da qualsiasi località estera (non solo i quattro Paesi indicati dal ministero della Salute) e contestualmente la quarantena in attesa dei risultati. Alla Campania si è allineata anche la Basilicata.

Più democratiche le misure di utilizzo della mascherina all’aperto introdotte dal sindaco di Capri o in Calabria: riguardano tutti. Così come riguarda tutta la decisione di alcune regione di mettere un freno alla movida nell’impossibilità di assicurare distanziamento sociale e rispetto dell’uso della mascherina nel corso delle serate danzanti all’aperto. Sul fronte discoteche si registrano così l’ordinanza di «sospensione delle attività del ballo» firmata dal governatore lucano Vito Bardi e quelle ‘gemelle’ dei presidenti di Veneto ed Emilia Romagna, Luca Zaia e Stefano Bonaccini: nei locali può entrare un numero massimo di persone pari alla metà della capienza normalmente autorizzata; e all’interno, mascherina obbligatoria, anche durante il ballo. Chiusura immediata del locale se non vengono rispettate le norme, da domani in vigore.

«Una stretta – spiega Bonaccini – utile anche a evitare che divertimento e svago possano lasciare spazio ad atteggiamenti irresponsabili, anche solo di pochi, che possano vanificare il lavoro di questi mesi». Stretta che, naturalmente, non piace ai gestori delle discoteche. «Ancora una volta – lamenta il presidente del Silb (Sindacato italiano locali da ballo) Emilia-Romagna, Gianni Indino – si colpisce un settore che viene identificato come un luogo in cui tutti mali della società convivono. Adesso ci è stato affibbiato il ruolo degli untori». E protesta anche Renata Tosi, sindaco di una delle capitali dello svago estivo, Riccione, che è stata colpita appunto dall’ordinanza regionale di Bonaccini: «Qual è – chiede – il supporto scientifico per questa ordinanza?». Opposta l’opinione della ministra delle Politiche agricole, Teresa Bellanova: «Non abbiamo nulla – osserva – contro le discoteche, ma se hai chiesto a un Paese di stare chiuso in casa, se hai chiuso le aziende, speso miliardi e miliardi per pagare la cassa integrazione alle persone per non lavorare, poi non puoi per pura propaganda, per rispondere a qualche lobby che ti sta vicina, riaprire le discoteche e infischiartene delle ricadute che avrà questa scelta».

La preoccupazione galoppa, soprattutto perché l’Italia non può permettersi un nuovo lockdown ma una eventuale nuova esplosione dell’emergenza sanitaria potrebbe obbligare a misure suicide per l’economia. Ecco, dunque, che agli appelli del Governo si uniscono anche quelli dei medici che sono stati in prima linea durante la prima fase dell’emergenza. «In questi giorni è cresciuta la preoccupazione per una ripresa della pandemia, dovuta a più focolai. La domanda che ci si pone, tutti, è legittima: siamo nella seconda ondata? Ci aspetta una seconda ondata? No. Non siamo nella seconda ondata né essa verrà se saremo in grado, come sono certo, di affrontare, di petto, anche questo particolare momento», scrive su Facebook il direttore sanitario dello Spallanzani, Francesco Vaia, osservando come «ricorderemo a lungo questo particolare Ferragosto». «Quello che oggi va fatto – aggiunge Vaia nel post – è quello che abbiamo fatto ieri con successo: non abbiamo bisogno di nuovi lockdown, ma di riprenderne lo spirito. Tutti, giovani e meno giovani, operatori sanitari e media, cittadini e politici, dobbiamo porci in uno spirito di solidarietà nazionale che metta al centro un solo obiettivo: farci uscire dalla emergenza. E’ una battaglia seria, dura , difficile, ma che certamente vinceremo».

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sabato, 15 Agosto 2020 - 10:23
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