Lombardia, esplodono i contagi da Covid (+ 4.125 casi). Focolai a Milano. Fontana impone il coprifuoco, ristoratori in piazza

duomo milano
Il Duomo di Milano (foto d'archivio)

Che la situazione per via della diffusione del Covid si sta facendo pesante, lo conferma quanto sta avvenendo in Lombardia. Quella Lombardia che – durante la prima emergenza Coronavirus – non voleva ‘chiudere’ benché travolta dai contagi da Covid; quella Lombardia che sino alla fine ha messo le ragioni dell’economia dinanzi alle vite umane, finendo con il piangere i tanti, troppi, morti di Bergamo e dando il là a molteplici filoni d’inchiesta della procura sulla gestione dell’emergenza. L’ospedale in Fiera di Milano, costruito in tutta fretta perché gli ospedali erano finiti ko ma poi mai utilizzato, adesso riapre. Il numero dei contagi è tornato a salire e, purtroppo, anche quelli dei ricoverati.

In 24 ore 4125 positivi, 174 ricoverati (di cui 22 in terapia intensiva)
Nelle ultime 24 ore i nuovi positivi sono stati 4.125, di cui 202 “debolmente positivi” e 29 a seguito di test sierologico. I tamponi sono stati meno rispetto al giorno precedente: 35.715 contro 36.416. I nuovi pazienti ricoverati oggi sono stati 174 (contro i 253 di ieri) mentre sono raddoppiati quelli in terapia intensiva, che oggi sono stati 22, portando il totale a 156, mentre ieri erano 11. Cresce anche il numero di morti: oggi i decessi sono stati 29, ieri erano 20.

Soffre Milano: 2031 casi. Scoppiati focolai in un ospedale e nella residenza per anziani Pio Albergo Trivulzio
La situazione più preoccupante si registra a Milano. I dati per provincia vedono in testa per numero di casi proprio il capoluogo lombardo con la sua provincia, con 2.031 casi (917 solo a Milano città). Tra i nuovi casi c’è il ‘focolaio’ nell’ospedale Galeazzi di Milano: «Abbiamo, su 500 persone, 21 positivi al Covid tra gli operatori sanitari e colleghi dell’amministrazione. In quarantena un’altra dozzina considerati contatti stretti», ha raccontato Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario Irccs della struttura. Focolaio anche al Pio Albergo Trivulzio, la casa di cura già finita al centro delle polemiche nella prima emergenza proprio per essere diventato un ‘cluster’: a seguito un’attività di screening eseguita tra il 12 e il 16 ottobre, si sono registrati dodici casi di positività al Covid-19 (undici pazienti ricoverati nella sezione cure intermedie e un ospite “debolmente positivo” in cura nella Rsa). Tutti i pazienti positivi sono stati inviati presso strutture ospedaliere. Anche nella comunità per minori “Martinitt” sono state riscontate tre positività: due giovani ospiti e un operatore venuto in contatto con uno di loro. Per quanto riguarda i dipendenti sono cinque i contagiati: tre nella struttura di Milano e due in quella di Merate (Lc).
La seconda provincia più colpita è Varese con 393, poi Como con 328, Monza e Brianza con 298, Brescia con 194, Pavia con 167, Bergamo con 129, Sondrio 95, Mantova con 83, Lodi con 79 e infine Cremona e Lecco con 70 casi ciascuna.

Galli: «L’infenzione dilaga»
Per fare fronte ai ricoveri in Intensiva, dunque, riaprirà l’ospedale in Fiera e i primi ricoveri ci saranno da domani, venerdì 23 ottobre. «A marzo temevo la battaglia di Milano, ma fu evitata grazie alla relativa tempestività del lockdown. Adesso stiamo per averla, perché l’infezione dilaga», ha commentato Massimo Galli, direttore Malattie infettive dell’ospedale Sacco. «Se la tendenza non viene invertita nei prossimi 15-20 giorni – ha sottolineato il primario – è molto probabile che saranno necessari poi interventi molto più drastici. E’ aritmetica più che scienza».

Fontana impone il coprifuco, i ristoratori protestano davanti
la sede della Regione Lombardia

Ma c’è anche un altro dato che fa capire come la Regione Lombardia abbia deciso di invertire la rotta rispetto alla prima fase dell’emergenza: se all’inizio il motto era “Milano non si ferma», adesso invece il governatore Attilio Fontana è stato il primo, insieme al collega campano Vincenzo De Luca, ha varare il ‘coprifuoco’ obbligando alla chiusura anticipata le attività di ristorazione. Da stasera (venerdì 22 ottobre) tutti chiusi dalle 23 alle 5 del mattino. Una decisione che non è piaciuta ai ristoratori che, proprio come sta accadendo in Campania, stanno già facendo sentire la propria voce. Nel pomeriggio ristoratori, proprietari di discoteche, bar e fornitori della filiera hanno manifestato sotto al Palazzo Lombardia chiedendo «una risposta immediata» da parte delle istituzioni. Una delegazione è poi stata ricevuta da Attilio Fontana. «Devono permetterci di svolgere la nostra professione o almeno di non farci morire – ha scandito al megafono Paolo Peroli, socio di uno degli storici locali notturni di Milano, fra gli imprenditori ricevuti da Fontana -. Chiediamo al Comune l’abbattimento sostanzioso di Cosap e Tari, attuali e futuri, alla Regione dell’Irap, al Governo del cuneo fiscale. Alle istituzioni tutte chiediamo contributi a fondo perduto per il sostengo d affitti, ristrutturazioni e investimenti per riqualificazione aziendali, ridiscussione delle cartelle esattoriale scadute, corsi di formazione gratuita per il personale, supporto e consulenza per seguire le nuove imposizioni».

«Attendiamo una risposta immediata: è nostra intenzione avvalerci di tutti gli strumenti democratici consentiti dalla Costituzione e dai codici, fino alla possibilità malaugurata di una serrata collettiva, che sarebbe proposta in concomitanza di uno sciopero de lavoratori, quali tutti noi siamo, in solidarietà con tutte le categorie e sigle sindacali – ha aggiunto Peroli -. Una serrata che sarebbe solo una banale anticipazione della realtà in cui saremo tutti precipitati a breve in assenza di un’azione concreta delle istituzioni. Che con la loro inattività rischiano di favorire inutili speculazioni».

E le parole ‘zona rossa’ non sono più tabù. Il dg dell’assessore al Welfare: «Non escludiamo Milano zona rossa»
Non è tutto. Per la prima volta in Lombardi le parole ‘zona rossa’ non è più tabù. Se nella prima fase dell’emergenza il governatore Attilio Fontana non si volle assumere la responsabilità di ‘chiudere’ Alzano e Nembro, focolai del Bergamasco, scaricando tutto sul Governo, adesso il dg dell’assessorato al Welfare della Lombardia, Marco Trivelli è più possibilista rispetto a scenari di ‘chiusure’. «Una zona rossa a Milano? Non la escludo», ha detto Marco Trivelli, spiegando che «sicuramente Milano per i numeri che ha adesso, il tipo di urbanizzazione e altri fenomeni semplici da comprendere è da guardare con grandissima attenzione e quindi non è da escludere nessuna misura».

giovedì, 22 Ottobre 2020 - 20:20
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