Il patto tra i Giovani penalisti e il Conservatorio di Napoli: «Musica nei centri diurni per salvare i ragazzi a rischio»

L'avvocato Gennaro Demetrio Paipais, Presidente dell’Unione Giovani Penalisti di Napoli
di Bianca Bianco

Un movimento sincronico che unisca cultura, istituzioni, cittadini per costruire un percorso di tutela efficace per i minori. Tutti insieme, come note di uno stesso spartito, per salvare i ragazzi più fragili dalla devianza.

Il convegno ‘La musica include’, andato in scena ieri pomeriggio online per rispettare le ultime restrizioni anti-contagio, è uno dei semi dell’impegno che l’Unione giovani penalisti di Napoli, presieduta dall’avvocato Gennaro Demetrio Paipais, sta tracciando con la collaborazione dell’Ordine degli Avvocati rappresentato dal presidente Antonio Tafuri e il presidente del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli Antonio Palma. Un impegno che riguarda non solo gli attori da sempre coinvolti negli sforzi per il riscatto dei ragazzi ‘a rischio’, ovvero volontari ed educatori, ma le istituzioni culturali come il Conservatorio di Napoli e quello ‘Cimarosa’ di Avellino, la politica, i professionisti e quella che l’avvocato Tafuri ha definito «la borghesia», individuata come ceto che si faccia portatore del messaggio di inclusione e di accoglienza di chi dal ceto e dalla vita è stato svantaggiato. Nei mesi scorsi il progetto ha già portato primi risultati con la donazione di strumenti musicali ai centri diurni dei territori a rischio di Napoli.

L’impegno stavolta è quello di segnalare musicisti e studenti di musica disponibili a trasmettere l’arte della musica ai ragazzi ‘difficili’ nei centri diurni delle periferie della città. Si va avanti per creare nuove iniziative per prevenire la devianza minorile, quindi,  e lo si fa ancora una volta affidandosi alla musica «mezzo di inclusione didatticamente accertato – ha spiegato il professor Palma – terapia anche piscologica che sollecita le inclinazioni personali e i processi educativi. Perché abbiamo bisogno di processi cognitivi di qualità che intervengano sugli individui».

La missione è importante e complessa e a questa nessuno deve sottrarsi a nessun livello, ha affermato l’avvocato Tafuri, «per offrire una possibilità di miglioramento e perfezionamento agli altri. Ed è un orgoglio che questo progetto nasca dall’avvocato Gennaro Paipais e coinvolga il Consiglio dell’Ordine degli avvocati». Del resto è quello il fine ultimo dell’iniziativa, oltre a intervenire concretamente sui destini in bilico di tanti ragazzi delle periferie di Napoli o già in istituti di pena minorili: far sì che nessuno si sottragga all’impegno per aiutarli.

Lo spiega lo stesso Paipais: «Così come per la musica serve la sincronia, anche per i minori serve sincronia tra i diversi attori sociali, dalla politica all’avvocatura ai conservatori. In particolare oggi, con un fenomeno di devianza minorile preoccupante a Napoli e in provincia che impone interventi. In passato siamo riusciti a donare strumenti ai ragazzi di quartieri a rischio, oggi attraverso i conservatori possiamo indirizzare direttamente i musicisti affinché insegnino musica nei centri diurni di quegli stessi quartieri. Auspico che questa sincronia spieghi i suoi effetti anche per il futuro e chiedo che venga rivisto non solo il ruolo dello Stato nella rieducazione dei minori ma di tutti gli attori sociali come la stessa avvocatura».

La risposta più concreta, come appare scontato, è quella che ci si aspetta dalla politica. Per questo ieri tra i relatori figuravano tre parlamentari: Devis Dori, deputato Cinque Stelle ma anche avvocato e diplomato in pianoforte, componente della Commissione Difesa della Camera; Gilda Sportiello, deputata del Movimento Cinque Stelle, educatrice, componente della Commissione parlamentare per l’Infanzia e l’Adolescenza, il deputato Raffaele Bruno (M5S), regista teatrale autore di progetti che fanno della recitazione e del palcoscenico strumenti di riscatto sociale per i ragazzi più fragili.

«E’ questa la sfida più alta – ha affermato Devis Dori – utilizzare la musica come strumento di socialità e per ricondurre le dissonanze sociali entro la cornice delle regole. La musica è un linguaggio universale che non ha bisogno di traduzione, non è casualità ma risponde a precise regole: ci si deve muovere come fa la musica e trasformare la società in una partitura in cui ognuno ha il proprio ruolo e a quello non può sottrarsi».

Lo ribadisce Gilda Sportiello, che della propria esperienza per i ragazzi a rischio del quartiere Barra di Napoli fa il punto di partenza del proprio intervento: «Prima che deputata – ha dichiarato – sono stata un’educatrice, sono quindi contenta per quest’iniziativa dal grande valore sociale e culturale che coinvolge i giovani penalisti, l’avvocatura, i conservatori. Questo contenitore è importante perché potrà dare inizio ad altre iniziative per il territorio, vista la costante crescita di disagio e devianza minorili. Un fenomeno virulento, ma che va fatto comprendere all’opinione pubblica. Perché non ci si deve fermare alla devianza, ma riflettere su come e dove nasce, cosa facciamo mancare ai ragazzi che poi delinquono. Serve un ragionamento collettivo di cui anche noi parlamentari siamo responsabili. Quello di cui parliamo oggi, la musica come inclusione, è un momento di grande valore culturale perché non solo funge da perno per questa sinergia, ma perché induce a trovare nella musica la chiave per accogliere e ci consente di superare barriere che si creano. A dirlo è la letteratura scientifica: la musica, come il teatro, può aiutare nell’inclusione come dimostra ad esempio l’esperienza del Teatro degli Oppressi; bisogna recuperare la sua funzione pedagogica e quella dovrebbe essere la base del nostro agire».

«L’esperienza con la musica – ha continuato l’onorevole Sportiello – richiama alla dimensione affettiva ed emotiva, e bisogna avviare questo discorso sul riconoscimento emozionale ed affettivo che è essenziale nel percorso formativo dei ragazzi. La musica può aiutare l’intelligenza emotiva, la fiducia, l’autostima e consentire alla persona uno sviluppo organico. Oggi ci sono grandi differenze sociali, problema acuito dalla pandemia, ed è questo il problema con cui fare i conti per fornire delle risposte e consentire a un bambino che ha un talento, una curiosità, di avere gli strumenti per svilupparlo. Se questo non accade, se lo Stato quegli strumenti non li fornisce, nasce la frustrazione».

Tutti insieme, quindi, con lo Stato a farsi ultimo avamposto in favore dei bambini e degli adolescenti che dalla vita hanno avuto poco, e la cultura come arma potente («non Cenerentola ma caposaldo per la formazione del cittadino» come ha dichiarato la regista e docente ordinario per le Discipline Teatrali al Conservatorio di Musica San Pietro a Majella di Napoli) e l’arte «come strumento per ricucire le divisioni sociali» come suggerito dal deputato e regista Raffaele Bruno. Quest’ultimo è protagonista di progetti teatrali con i detenuti con ‘Ultimi Saranno’: «L’arte è un collettore magico – ha affermato – è uno strumento di evoluzione che ci fa ogni volta tornare a casa cambiati e con uno sguardo diverso. Con l’arte non esistono ruoli, ma l’uomo incontra l’uomo anche nella realtà del carcere, perché diventa incontro e si trasforma in sincronia perfetta». Bruno ha anche annunciato di avere presentato con altri parlamentari una mozione affinché si arrivi alla valorizzazione del ruolo del volontariato in questo settore «perché noi sappiamo bene che l’arte è uno strumento di evoluzione, ma questo messaggio dobbiamo farlo arrivare anche alla società».

Musica per ascoltare ed ascoltarsi, dunque, come diceva l’artista Ezio Bosso, le cui parole sono citate dal rapper Lucariello (Luca Caiazzo), già fautore di iniziative con i ragazzi degli istituti di pena per minori. Musica per realizzare l’empatia e trasmettere al di fuori un messaggio di inclusività. Ma su quello spartito musicale suonato da tanti attori sociali, non deve mancare il ruolo del diritto, come ha spiegato Clelia Iasevoli, professore incaricato dell’insegnamento di Legislazione penale minorile presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’: «Il giurista fa parte di questa ‘orchestra’ – ha affermato – e deve verificare gli spazi e le strategie normative che in astratto possano ricollegarsi a questo concetto di musica come mezzo per liberarsi del degrado sociale opprimente». La base esiste, è il decreto legislativo 121 del 2018 sul nuovo ordinamento penitenziario minorile «che parla di esigenze educative, delineando prospettive nuove che costituiscono un impegno per la società al fine di non rimanere proclamazioni di intenti. Deve cambiare l’humus culturale affinché si dia fiducia ai minori condannati includendoli nella collettività attraverso questi percorsi di formazione e istruzione, affinché si dia al minore un pacchetto formativo che gli faccia esprimere un talento e che includa anche la musica, la pittura, il teatro. Il problema è l’applicazione di questi intenti, questo convegno ne pone le premesse ma solo se si concretizza la sinergia tra istituzioni e cittadini».

Una prima fase di questo cambiamento culturale passerà attraverso l’impegno dei musicisti (docenti e studenti) dei conservatori di Napoli e Avellino («Metteremo a disposizione tutte le forme che la musica può permettere per non lasciare soli questi ragazzi» ha detto il direttore del ‘Cimarosa’ Carmine Santaniello), poi arriveranno le sfide sul campo con bambini e adolescenti difficili. Sfide che Fortuna Giustiniani, presidente della onlus Centro della Gioventù e ultima ‘testimonianza’ del convegno ben conosce grazie ai progetti seguiti nel quartiere Barra e che sono il frutto dei semi piantati attraverso la sincronia di intenti di chi vuole il bene e il riscatto di chi già da bambino ha avuto troppi no dalla vita.

sabato, 24 Ottobre 2020 - 13:39
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