Ucciso dai Casalesi per avere denunciato il pizzo, condannato in Cassazione l’ultimo imputato. La figlia: «Giustizia è fatta»

L'imprenditore Domenico Noviello ucciso dal clan dei Casalesi

L’imprenditore casertano Domenico Noviello fu ucciso dal clan dei Casalesi perché aveva denunciato i tentativi di estorsione subìti. E fu ucciso perché con la sua denuncia aveva fatto arrestare, e poi condannare, Francesco Cirillo, cugino del referente del ramo Bidognetti Alessandro Cirillo.
Dopo un tortuoso iter processuale, la Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva Francesco Cirillo per avere avuto un ruolo determinante per la realizzazione dell’omicidio Noviello: confermata la pena a 30 anni di reclusione stabilita nel dicembre 2019 dai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Napoli.

«Finalmente giustizia è fatta, dopo 12 anni dalla morte di mio padre si è chiuso il capitolo giudiziario», ha commentato Mimma Noviello, figlia dell’imprenditore, che insieme ai fratelli Matilde, Rosaria e Massimiliano, ha sempre assistito a tutte le udienze dei processi nei vari gradi, guardando sempre in faccia gli assassini del padre. «Non è stato facile trovarsi di fronte Cirillo ad ogni udienza, alla fine abbiamo avuto ragione» dice Mimma (difesa nel processo da Nicola Russo).

Noviello fu ucciso il 16 maggio del 2008 a Castel Volturno. Fu una ritorsione dei Casalesi perché nel 2000 l’imprenditore aveva denunciato quattro persone per le richieste economiche avanzate presso la sua autoscuola. In seguito alla denuncia Francesco Cirillo fu l’unico ad essere condannato (a 4 anni), mentre gli altri tre sospettati – tra i quali vi era anche Alessandro Cirillo – vennero assolti. A ordinare il delitto fu il boss stragista Giuseppe Setola, già condannato. Già condannati anche Giovanni Letizia e Massimo Napolano, nonché il pentito Luigi Tartarone. Solo per Cirillo i tempi della giustizia si sono allungati. Condannato in primo grado alla pena dell’ergastolo, Cirillo venne poi assolto in secondo grado.

La Cassazione annullò il verdetto disponendo un secondo processo in appello conclusosi nel dicembre dello scorso anno con la condanna dell’imputato a 30 anni. Oggi l’ultimo atto che trasforma la tesi dell’accusa in verità processuale e che stabilisce l’ingresso in carcere di Cirillo, che è attualmente libero.

venerdì, 20 Novembre 2020 - 20:53
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