Processo ‘Olimpo’, il ‘re’ del latte Greco ai giudici: «Ho pagato il pizzo per 30 anni. Per paura. Chi ha parlato è stato ucciso»

L'imprenditore stabiese Adolfo Greco
di Roberta Miele

«Ho pagato sempre. Ho pagato tutti. Non ho mai denunciato per paura. Chi l’ha fatto o non c’è più o è stato ferito. Ciro Cavaliere, Ciro Moccia, Luigi Cioffi e Michele Cavaliere erano imprenditori, questi ultimi due erano nel settore caseario come me e sono stati uccisi».

Esordisce così l’imprenditore del latto Adolfo Greco, imputato principale nel processo scaturito dall’inchiesta ‘Olimpo’ incardinato al Tribunale di Torre Annunziata. Interrogato dal pm antimafia Giuseppe Cimmarotta nell’udienza fiume tenutasi ieri (martedì 12 gennaio), ha parlato per quattro ore l’imprenditore di Castellammare di Stabia accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso per avere imposto, secondo la procura, l’assunzione in un supermercato del nipote di Paolo Carolei, boss dei D’Alessandro e per fatto tra trait d’union tra il ras dei Cesarano Raffaele Afeltra e un imprenditore di Agerola vittima del ‘pizzo’. E al termine dell’esame dinanzi ai giudici manca ancora il quest’ultimo episodio oggetto del giudizio.

Adolfo Greco ha dichiarato di conoscere Michele Carolei, zio di Domenico, il giovane assunto. «Una mattina venne il padre, Raffaele. Disse che la salumeria al centro di Castellammare in cui lavorava questo ragazzo chiuse. Aveva chiesto a don Giovanni, cioè Irollo, mio cognato, se Domenico e il proprietario potevano essere assunti in uno dei supermercati che stava per aprire. Il proprietario venne assunto, il ragazzo non venne mai chiamato per il colloquio. Carolei si è lamentato e ha detto che Stefano Irollo (figlio di Giovanni) prendeva solo persone vicine al partito perché faceva politica». Giovanni Irollo, poi, ha confermato al cognato che avrebbe dovuto assumerlo, ma da quella prima promessa era passato un anno e mezzo. Greco, arrabbiato contro il nipote Stefano che aveva perso tempo, ha raccontato il fatto alla moglie e un’amica. «E che intendeva dire durante lo sfogo con l’espressione “gente di rispetto” in riferimento a Domenico Carolei? Chi era gente di rispetto?» ha incalzato il pm. «Non ricordo, sicuramente non mi riferivo né al padre né allo zio. Non è gente di rispetto».

Parlando della situazione con l’amico Bruno Di Somma, invece, Adolfo Greco avrebbe detto che Paoluccio, il boss Paolo Carolei, «merita questo ed altro». L’accusa ha chiesto spiegazioni all’imputato. Per la difesa, la domanda è stata mal posta perché nella lettura della conversazione il pubblico ministero non ha lasciato intendere quando l’imprenditore parlasse in prima persona e quando stesse riportando quanto gli era stato riferito. Ed è scontro «per le continue interruzioni» da parte dei legali di Greco, che, intanto, non ricorda, confondendosi più volte sulle circostanze in cui tali frasi siano state pronunciate. L’imputato ha poi raccontato di avere incontrato due volte Raffaele Afeltra, una a fine anni 90, l’altra all’uscita dal carcere, quando è uscito dal carcere si è presentato nel suo ufficio con il fratello Francesco. «Mi chiese se ero nelle condizioni di fare un prestito a degli imprenditori per costruire il cimitero di Santa Maria La Carità. Una grossa cifra, un milione. Dissi che non potevo e lo scaricai. Questo fu».

Adolfo Greco ora che ha finalmente preso la parola dopo mesi di rinvii ha iniziato il suo racconto a partire dagli anni Ottanta, quando insieme ad altri soci acquistò il castello Mediceo di Ottaviano, per il quale venne processato e poi condannato, e infine riabilitato, per favoreggiamento reale nei confronti del boss della Nco Raffaele Cutolo, conosciuto nel 1981.
«A me e ad altri imprenditori fu proposto dai fratelli Langellotti l’acquisto del castello per ristrutturarlo e farne degli appartamenti. Il progetto era del 1979, l’anno dopo ci fu il terremoto. Quando presentammo documentazione, la Soprintendenza fece venire fuori che non era stato trascritto un vincolo», ha dichiarato. Venne utilizzato il servizio di guardiania dell’Oplonti vigilanza. «Il nostro riferimento era una guardia giurata di nome Pasquale Cutolo», fratello del boss. «Nel 1981 Raffaele Cutolo ci chiese se fossimo disponibili a cedere a lui, ma la consegna non avvenne mai, né abbiamo ricevuto soldi».

Ma del capo della Nuova famiglia organizzata Adolfo Greco – ha insistito – era vittima: «Un giorno venne fermato un uomo loro di Castellammare. Fu trovato un elenco degli imprenditori stabiesi che avevano pagato: tra questi c’erano Adolfo Greco e Antonio Polese».

Il titolare della Cil ha pagato anche i clan dei D’Alessandro e dei Cesarano. Il primo fino al 2018. «Tramite Giuseppe Verdoliva prima davo 10 milioni di lire, poi 5mila euro. Ai Cesarano pagavo di più: 12mila euro in tre tranche perché l’azienda si trova a via Napoli, nel loro territorio».

Di qui ha iniziato a sciorinare le pressioni subite. «Pagavo qualsiasi cosa. Non godevo di nessuna protezione. Tanto è vero che ho presentato 45 denunce tra furti, rapine. Né mi sono mai lamentato con questi soggetti, mai chiesto nulla. Mai». Metteva mano alla tasca per stare tranquillo. «Durante la ristrutturazione della casa in cui vivo adesso venne il figlio di Verdoliva per un’estorsione. Pagai 10mila euro. Poi una mattina scendo e mi trovo un signore con la tuta che non conoscevo, Renato Cavaliere, che mi punta la pistola in faccia e mi dice che avevo pagato poco e dovevo dare il 5 percento. Voleva 50mila euro. Dopo una settimana venne il suo emissario, gli diedi 30mila euro. Bruciarono la macchina di mio figlio. Poi – ha concluso – ho scoperto che questo signore aveva dormito tre notti difronte casa mia ospitato da un killer che abitava lì».

mercoledì, 13 Gennaio 2021 - 07:02
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