Crollo di rampa Nunziante, i legali di Bonzani: «Scagionato dai testi. Indagini affannose e lacunose»

di Roberta Miele

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«La verità è talmente forte che spunta in ogni angolo di questo processo: Bonzani non è il direttore dei lavori di Velotto». Con questa premessa, i legali di Massimiliano Bonzani, accusato di crollo e omicidio colposi e falso nel processo per il cedimento della palazzina di rampa Nunziante a Torre Annunziata che il 7 luglio 2017 ha ucciso otto persone (tra cui due bambini), chiedono l’assoluzione del loro assistito.

L’architetto Bonzani, secondo la procura oplontina che ha chiesto una condanna a 14 anni di reclusione, è il direttore occulto dei lavori di ristrutturazione nell’appartamento al secondo piano dell’edificio crollato, lavori commissionatigli dal promissario acquirente Gerardo Velotto, anch’egli imputato per gli stessi fatti. I lavori, per la magistratura, avrebbero causato la tragedia. Il tecnico che ha redatto la scia e la cila, inoltre, per la procura, ha dichiarato il falso in quanto l’immobile costruito nel 1957, sarebbe abusivo. E non veritieri sarebbero anche i docfa presentati all’Agenzia delle Entrate in quanto non conformi allo stato dei luoghi.

«Bonzani è una figura completamente estranea all’intero contesto ed è stato l’unico soggetto colpito. A livello nazionale non ho trovato casi analoghi di misure cautelari applicati per delitto di falso per la presentazione digitale di un docfa», dichiara all’udienza tenutasi il 7 aprile l’avvocato Luciano Bonzani. «Siamo sull’orlo di un grave errore giudiziario per avere voluto perseguire questa tragedia come una narrazione letteraria», commenta il codifensore, l’avvocato Mario Ausiello. Allo stesso modo è stato perseguito anche un «determinismo etico» per il quale il palazzo sarebbe crollato per degli abusi «che nemmeno il Comune di Torre Annunziata ha mai considerato tali».

La tesi dell’accusa circa la direzione dei lavori, sostiene il legale, non trova alcun riscontro: «Nessuno dei testimoni ha affermato di avere visto Bonzani nell’appartamento di Velotto». Anzi, il teste Pasquale Gallo ha dichiarato che «Velotto dirigeva gli operai» ed erano presenti anche gli architetti Giacomo Cuccurullo (rimasto vittima del crollo) e Aniello Manzo (imputato). Per Immacolata Duraccio, «Velotto era sempre presente in cantiere». Bonzani no. E parola dopo parola l’avvocato Ausiello scandaglia le dichiarazioni dei testi e dei coimputati «incoerenti» Gerardo Velotto e l’operaio Pasquale Cosenza. «Velotto – spiega – in maniera illogica dopo due anni dà la colpa al tecnico. Cosenza il 14 luglio 2017 dice di avere visto delle crepe e di averle fatte vedere a Gerardo, suggerendogli di fare tre colonne di mattoncini Rossi. Poi il 2 agosto ha accusato Bonzani di essere il direttore dei lavori». Non solo. Il teste Francesco Sorrentino ha dichiarato che alla riunione di condominio del 6 luglio 2017 presente insieme a lui, Velotto, Cuomo, Lafranco e Cuccurullo era anche Bonzani. Almeno così credeva: il promissario acquirente «gli aveva detto che Manzo era Bonzani. E gliel’ha detto in un momento sospetto, cioè dopo il crollo. Sorrentino riconosce Manzo nelle foto, ma non Bonzani. Nemmeno in udienza». E sempre durante l’assemblea, «Velotto a domanda di Sorrentino su chi fosse il suo direttore dei lavori ha risposto che si stava organizzando», conclude l’avvocato Ausiello.

Se il pm avesse acquisito i tabulati telefonici, avrebbe avuto la conferma che Bonzani abbia presenziato solo una ventina di minuti dalle 17, mentre la riunione è terminata alle 21. «Agli atti ci sono solo gli incroci che non sono nemmeno attendibili»: il commento caustico dell’avvocato Luciano Bonzani, per il quale «qualunque cosa si sia detta o fatta, Bonzani ne era allo oscuro». E smentisce un altro dato scientifico, almeno così come rappresentato nella consulenza informatica della procura: «Il perito ha individuato nel computer di Bonzani una cartellina con il computo metrico di tutti i piani del palazzo, non solo del secondo», in quanto avrebbe dovuto approntare i lavori di ristrutturazione del palazzo. «Tutti a farsi, ma mai fatti, nemmeno approvati», insiste. Dunque, «Bonzani non ha una posizione di garanzia né rispetto ai lavori al secondo piano né rispetto al condominio, ma solo rispetto all’appartamento al primo piano di cui aveva diretto la ristrutturazione». Poi l’affondo contro la procura: «Bonzani è solo il firmatario della scia, non il progettista. Come firmatario aveva l’incarico di rappresentare lo stato dei luoghi, seppur non censiti. Pensavo che con un certo livello di cultura non fosse necessario precisarlo».

E giù di lì contro le indagini «lacunose, affannose e affannate: dei quindici indagati solo in tre sono stati perquisiti. I tabulati non sono stati acquisiti, mentre alcuni aspetti – e alcune presenze – non sono state approfondite», incalza la difesa. Fino al durissimo attacco alla requisitoria del magistrato: «Il pm dice che Manzo lavorava alle spalle di Bonzani. Credo che il pm nel corso dell’istruttoria si sia resa conto che la richiesta di condanna doveva essere a carico di altri e per far sì che ci fosse corrispondenza tra chiesto e pronunciato ha creato la coodirezione di cui non c’è traccia ne nelle imputazioni ne dopo».

martedì, 13 Aprile 2021 - 16:52
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