Carabinieri a processo, il colonnello Marinaccio sulla droga al porto: «Si doveva impedire alla finanza di partecipare»

Carabinieri
di Roberta Miele

«Dovevamo tagliare la corda per evitare che la guardia di finanza si introducesse nell’operazione. Per questo facemmo un calcolo approssimativo. Un borsone pesava dai 30 ai 40 chili, per otto (i borsoni ritrovati) e il conto fu presto fatto: dai 320 ai 400 chili di stupefacente».

Quando il 19 gennaio 2009 al porto di Napoli i carabinieri di Torre Annunziata sequestrarono, grazie ad una soffiata dell’ex boss del narcotraffico di Boscoreale Francesco Casillo, era presente anche l’allora comandante della seconda sezione del nucleo investigativo di Lorenzo Marinaccio. Quella mattina il maggiore Sario «mi fece vedere un fogliettino di carta su cui era scritto un codice seriale di un container presente al porto che probabilmente conteneva dello stupefacente» ha raccontato martedì mattina (1 giugno) il tenente colonnello nel processo a carico di Pasquale Sario, Gaetano Desiderio e Sandro Acunzo, tre carabinieri accusati di avere reso favori all’ex ras in cambio di informazioni necessarie per arresti eccellenti come la cattura del killer del tenente Marco Pittoni (ucciso nel giugno 2008 durante una rapina a Pagani) e del latitante Umberto Onda (elemento di spicco del clan Gionta di Torre Annunziata). «Gli segnalai che avremmo avuto problemi ad operare nel porto perché la guardia di finanza assumeva di avere la competenza esclusiva e che avremmo dovuto condividere l’operazione» ha dichiarato dinanzi al tribunale oplontino. Sul posto erano presenti anche Acunzo e Desiderio, voluti dal maggiore in quanto «erano i suoi più diretti referenti».

I militari scoprirono che il container apparteneva «ad un ambasciatore italiano che aveva concluso una missione in Sudamerica e all’interno c’erano le sue masserizie». Un limite che non consentiva loro di potere agire in autonomia, ma avevano bisogno dell’autorizzazione della procura, che c’era «ma non era stata ancora formalizzata»: «Il maggiore aveva sentito il pm Pierpaolo Filippelli e disse che eravamo autorizzati ad aprirlo». Così dopo l’apertura, Pasquale Sario «disse che sarebbe andato in procura per predisporre i documenti che Filippelli avrebbe dovuto sottoscrivere. Diede a me l’ordine di procedere con le operazioni e per Acunzo e Desiderio dispose pesatura».

I carabinieri, ha sottolineato il tenente colonnello, avevano fretta: «Le attività tecniche non furono svolte per un motivo particolare: capitalizzare l’operazione ed evitare che la finanza si inserisse». Motivo per il quale sopraggiunse il colonnello Paris che ebbe un confronto con un parigrado dell’altra forza di polizia «per mettere le cose in chiaro».
«Sario – ha continuato il teste – disse di andare al comando provinciale per pesatura e narcotest, ma poi appurò che Acunzo e Desiderio si erano recati al nucleo investigativo di Torre Annunziata perché avevano capito male, dove avevano effettuato le attività». Ed è a quel punto che si era creato il problema: «Da 320-400 chili ci furono comunicati 257 chili. Apriti cielo! Nel verbale avevamo già inserito il peso, che dovemmo ricomunicare». Il comando provinciale si era già esposto sul peso anche con i giornalisti e per questo Sario ebbe «una cazziata» da Paris. La circostanza è stata collocata da Marinaccio nei momenti seguenti la conferenza stampa, mentre, secondo il generale Paris, la comunicazione avvenne intorno alle 16,30, come da lui stesso dichiarato all’udienza del 16 marzo 2021.

Sulla vicenda della droga, Marinaccio è stato sentito anche dai magistrati. «Fui escusso per undici ore. Ero in licenza, la sera prima mi fu detto che l’indomani avrei dovuto partecipare ad una riunione importante in procura. Appena arrivai fui apostrofato dal comandante Amadei che mi riferì che sarei stato sentito da Filippelli». E fu proprio il procuratore a lasciarlo interdetto: «Filippelli mi disse che Casillo era stato recentissimamente arrestato dal nucleo investigativo e che aveva raccontato che i carabinieri avevano preso 40 chili di droga. Poiché eravamo quattro, avevamo fatto dieci chili ciascuno». Una doccia fredda per l’allora comandante: «Non potevo crederci. Mi rivolsi a Filippelli dicendo “ma come, Pierpaolo?”. Mi rispose “io faccio il magistrato, ma non potevo credere che fosse vero”». Alla fine di quella storia Marinaccio scrisse al procuratore Filippelli una lettera privata dai toni amari: «Ti rendi conto che una persona come me deve passare un guaio? E se avessi avuto un attimo di smarrimento? Io mi sentivo sprofondare. Io, proprio io, il capitano Marinaccio».

sabato, 5 Giugno 2021 - 12:11
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