Chico Forti, dopo l’annuncio di Di Maio sul rientro in Italia sei mesi di silenzio. La famiglia: «Fare presto, è allo stremo»


Quello di Chico Forti, italiano detenuto da 21 anni in un carcere degli Stati Uniti perché accusato di omicidio, è stato un caso mediatico che soprattutto lo scorso anno, sull’onda di un’inchiesta televisiva di grande impatto, ha avuto grande eco nell’opinione pubblica italiana. L’inchiesta giornalistica è quella del programma Mediaset de Le Iene, che ha raccontato la vicenda, umana prima e processuale poi, di Forti evidenziando le presunte carenze dell’indagine condotta dalla polizia di Miami sull’assassinio di Dale Pike, avvenuto il 15 febbraio del 1998 nella città della Florida. Forti si è sempre dichiarato innocente, e sconta l’ergastolo.

I familiari di Forti da anni chiedevano che il loro congiunto potesse almeno, in quanto titolare di doppia cittadinanza, scontare la pena in Italia. E a dicembre dello scorso anno le loro speranze sembravano essersi concretizzate. Fu il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ad annunciare, era il 23 dicembre, che Chico Forti sarebbe stato trasferito in Italia. Una notizia che ebbe grande risonanza mediatica ma, a sei mesi da quell’annuncio, Chico Forti è ancora in un carcere americano. Perché?

Del caso si è occupata l’agenzia Adnkronos che ha intervistato lo zio di Forti, Gianni, che da anni lotta per ribadire l’innocenza del nipote è che è stato tra i protagonisti del reportage delle Iene. Lui ha spiegato i motivi dell’impasse, motivi, pare, prettamente burocratici perché il dipartimento della giustizia statunitense non ha ancora inviato al ministero della giustizia italiano i documenti necessari per accordarsi sulla commutazione della pena dal momento che l’ergastolo senza condizionale cui è stato condannato l’ex sportivo non esiste nell’ordinamento italiano.

«Senza questi documenti, che avrebbero dovuto essere spediti da tempo, Chico non può rientrare in Italia – afferma lo zio nell’intervista a Rosanna Lo Castro per Adnkronos -. Dall’annuncio del ministro Di Maio sembrava che sarebbero passate poche settimane, lo aspettavamo il 14 febbraio per il compleanno della mamma che ha compiuto 93 anni, poi a Pasqua, infine a maggio. Invece, ancora niente. Restiamo fermi al palo. Gli americani non si fanno prendere dalla fretta, la fretta dovrebbe averla lo Stato italiano». «Chico – aggiunge – da mesi aspetta la buona notizia che ancora non arriva. Ormai è allo stremo, sfinito. E’ sempre stato un combattente, ma a tutto c’è un limite. E’ una tortura quotidiana. Con la pandemia poi ci sono stati problemi di comunicazione, vive in uno stato di quasi isolamento».

Una questione burocratica, dunque. Nonostante la comunicazione dal ministero della giustizia italiana al governatore della Florida, datata 10 marzo, in cui si chiedevano rassicurazioni sul trasferimento in Italia, non vi è stata risposta da parte statunitense. Né dalla Farnesina sono seguite altre richieste o pressioni sugli omologhi americani. La famiglia di Chico Forti chiede nell’intervista ad Adnkronos «un punto di riferimento preciso, che sia il ministro, il suo vice o un commissario straordinario poco importa, che segua da vicino e quotidianamente la vicenda e solleciti l’iter burocratico. Se il pallino adesso è in mano al ministero della Giustizia quest’ultimo porti avanti un discorso serio e forte per determinare risposte e tempi. Bisogna trovare il modo di farlo tornare in Italia e farlo presto, prima che sia troppo tardi».

martedì, 8 Giugno 2021 - 09:40
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