Pestaggi nel carcere di S.M. Capua Vetere, accuse confermate dal Riesame per 4 della Penitenziaria ma uno torna libero

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Le prime richieste di scarcerazione avanzate al Tribunale del Riesame nell’ambito dell’inchiesta sui pestaggi ai detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere del 6 aprile 2020 non riservano sempre sul fronte della tenuta delle accuse mosse dalla procura.

Pochi giorni fa i giudici della Libertà hanno esaminato le istanze presentate da quattro agenti della Penitenziaria e hanno confermato nella sostanza la gravità indiziaria, ma in un caso hanno revocato la misura cautelare per questioni di esigenze cautelari.

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In particolare i giudici partenopei hanno confermato l’ordinanza in carcere per il 40enne Salvatore Mezzarano (difeso dall’avvocato Giuseppe Stellato), ispettore coordinatore del Reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove avvennero le violenze, e la misura degli arresti domiciliari per l’agente Fabio Ascione (difeso dall’avvocato Michele Spina), mentre ha scarcerato per carenza di esigenze cautelari l’agente penitenziario Oreste Salerno (difeso dall’avvocato Angelo Raucci), che dal carcere va ai domiciliari, e l’ex agente Claudio Di Siero (assistito da Domenico Pigrini), che era ai domiciliari ed ora è libero. La misura nei confronti di Di Siero è stata revocata perché l’agente è andato in pensione dopo il 6 aprile del 2020, per cui da mesi ormai non fa più parte della Polizia Penitenziaria.

Si attende adesso il deposito delle motivazioni del Riesame, soprattutto per valutare le ragioni che hanno spinto i giudici a confermare l’accusa di tortura respingendo così le argomentazioni della difesa sul punto. Nello specifico l’avvocato Stellato, nell’interesse di Mezzarano (accusato di essere tra gli organizzatori dei pestaggi), ha sostenuto che i fatti, per come sono andati, non integrano il reato di tortura, ma possono dar luogo a ipotesi generiche di lesioni, violenza privata, percosse, in quanto mancherebbero le caratteristiche richieste per qualificare i fatti come torture, ovvero «quella capacità afflittiva che si traduce in acute sofferenze fisiche o in un verificabile trauma psichico, in condizioni inumane e degradanti». Dunque per il legale la condotta realizzata sarebbe frutto di una circostanza ben precisa, ovvero la protesta realizzata dai detenuti il giorno prima della perquisizione, quando i reclusi del Reparto Nilo vi si barricarono dopo aver avuto notizia di un detenuto positivo al Covid.

lunedì, 12 Luglio 2021 - 12:03
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